di Sofia Liverani, Bianca Muffato, III F, e Veronica Angelini, III G

Il 2 febbraio 2026 si è tenuta nell’Aula Magna dell’Istituto la conferenza “Il carattere degli Italiani” del grande storico Andrea Giardina. Questo incontro è stato reso possibile grazie alle capacità organizzative della Commissione Biblioteca della scuola, guidata dalla prof.ssa Graziana Morigine, che, insieme al prof. Carlo Panizzon, ha affiancato lo storico. Al termine della conferenza, il prof. Giardina si è gentilmente reso disponibile per una breve intervista, che segue.


Buongiorno, Professore. Vorremmo iniziare chiedendoLe, essendo stato Lei molto a lungo nell’ambiente universitario, come l’università sia cambiata negli anni, sia per l’approccio, per la qualità dell’insegnamento che per l’avvento delle nuove tecnologie.

Io sono entrato all’università quando ero molto giovane – parliamo di circa sessanta anni fa, avevo diciassette anni, non è proprio l’altro ieri (ride, ndr.). È senz’altro cambiata moltissimo e in diversi aspetti, ma soprattutto è cambiata per l’uso che si fa della tecnologia. Pensate anche solo a cosa fosse una ricerca per noi, o per un giovane studente che doveva fare la tesi di laurea e doveva trovare la bibliografia. Come facevi, se il professore non ti forniva le indicazioni adeguate (e i professori che lo facevano erano molto rari)? Se ti dava tre o quattro titoli? Il resto dovevi trovarlo tu. Anche trovando un titolo, dove era reperibile quel libro a Roma? Oggi vai online, guardi tutti i cataloghi elettronici e sai che puoi trovare quel libro in una certa biblioteca o in un’altra; vai e lo consulti. Ora procedi a colpo sicuro. Una volta l’informazione era molto più lenta, ma a mio parere anche meno completa: avevamo bibliografie meno ricche, quindi meno fonti da consultare. In questo senso il mondo digitale ha portato una svolta importantissima.

Questo discorso si estende poi anche alle immagini: tutti i libri tra gli anni ‘50 e ‘80 ne erano poveri. Spesso nemmeno in copertina – a parte i libri di Storia dell’Arte, non si usava. Le conferenze erano senza immagini, le lezioni all’università anche; c’erano le fotocopie, oppure si proiettavano vecchie fotografie in bianco e nero che spesso erano poco chiare e nitide. Anche sotto questo aspetto, molte cose sono più facili.

Rimaniamo nell’ambiente universitario. A causa della questione fondi, spesso non si finanziano ricerche di lungo periodo; è vero che il risultato che si ottiene è che spesso siano ricerche più superficiali?

Sì, è una cosa che abbiamo riscontrato. Il problema dipende dal fatto che, nelle norme previste dai finanziamenti pubblici, i tempi delle ricerche umanistiche sono assimilati a quelli dei progetti propriamente scientifici, che in molti casi si svolgono rapidamente e hanno alle spalle una lunga progettazione precedente. In astratto è ragionevole che l’ente finanziatore fissi tre o quattro anni per valutare l’esito di un progetto. Le ricerche umanistiche, però, hanno necessità di maggiore lentezza. Perché? Perché c’è il problema della scrittura e della bibliografia. Gli scienziati lavorano spesso su dati molto selezionati e la loro bibliografia è più ristretta; il cartaceo non esiste praticamente più nelle bibliografie scientifiche. Le scienze fisiche, matematiche e naturali non hanno necessariamente bisogno di conoscere la storia pregressa delle varie discipline. Ai fini dei loro risultati lo sguardo retrospettivo è inevitabilmente accorciato, nella maggior parte dei casi.  Noi storici, e in generale tutti gli studiosi che si occupano di materie umanistiche, abbiamo invece la necessità di conoscere una bibliografia vastissima (un libro di 150 anni può essere più significativo di uno pubblicato pochi anni fa). 

Spostandoci invece nell’ambito della divulgazione della Storia, possiamo notare che negli ultimi tempi si sono presentati numerosi divulgatori di Storia – personaggi come anche solo Alessandro Barbero – che spesso danno risalto ad eventi o a fatti che possono apparire scontati e che semplificano alcuni avvenimenti pur di raccontarli. Quale potrebbe essere, secondo Lei, un modo efficace per divulgare la Storia, soprattutto ai giovani?

C’è da dire che Barbero è un caso particolare, perché è uno studioso molto serio, coltissimo, e possiede in misura rara il talento della comunicazione. Inoltre ha una memoria eccezionale e, cosa non meno importante, si rivolge al pubblico in modo accogliente, non lo intimidisce, è sempre sorridente… Ha fatto molto, moltissimo, per la diffusione della cultura storica nel nostro Paese. 

Come si comunica però la Storia? O meglio: come non si comunica? Cosa non bisogna fare per far arrivare il messaggio all’ascoltatore? Una cosa che non bisogna fare e che vedo invece fare spesso dai non rari cattivi divulgatori (anche se in alcuni casi godono di una grande notorietà) è attualizzare la storia. Per coinvolgere il pubblico, che sia un teatro oppure online, costoro ritengono che si debba necessariamente affermare che gli antichi Romani erano come noi, erano moderni, nel diritto come in alcuni valori, e così via, oppure che i Greci avevano già scoperto la cittadinanza europea, o cose di questo genere. Si vuole dare un senso di familiarità al passato per avvicinare all’antico – ma non va bene. Può essere gratificante per il pubblico, ma è molto falso. La cosa bella della divulgazione è proprio far notare, accanto alle cose simili, anche le cose che ci allontanano dal passato, che sono per altro prevalenti, no? Far capire la lontananza, la diversità! La mia esperienza di comunicatore mi fa dire che al pubblico piace molto quando sottolinei proprio il contrario, quando gli dici che loro avevano certo molte parole uguali alle nostre, che tuttavia avevano spesso significati differenti: per esempio,quella che chiamiamo “pace” di Augusto, non era la “pace” che intendiamo noi, ma aveva un significato diverso. Anche quando diciamo “famiglia”, la parola “familia” certo che significa “famiglia” in latino, la parola prende origine da lì, ma non è la stessa cosa: la “famiglia” dei romani ha un significato veramente diverso. Per me questo è straordinariamente bello, perché scopri la diversità nella somiglianza. Per un verso è un mondo che ha le stesse parole, però poi scopri che è lontano, che è un po’… esotico. Questo ti fa capire la profondità della Storia, ed è bellissimo. Ci sono anche tratti comuni, ovviamente, però prevale la lontananza. Un grande storico francese di nome Paul Veyne, diceva sempre che i Romani erano esotici quanto i Giapponesi – esagerava! Però scuoteva! Per me l’attualizzazione è la cosa peggiore, è il veleno della Storia.

Lei  stesso ci ha parlato della diffusione della cultura storica come impegno civico. Quindi si può dire che inevitabilmente che chi divulga ha un ruolo importante nella società. Mi permetto di dire che è abbastanza evidente, però, che negli ultimi decenni esso sia cambiato.

Un grande storico italiano morto pochi anni fa, Giuseppe Galasso, diceva che la Storia è sempre civile. Se fai lo storico, automaticamente fai un’opera civile. Il fatto di scrivere il passato che ci accomuna dà un contributo alla crescita civile del Paese, della coscienza di chi ti ascolta, della memoria, e quindi è un’attività civile. Credo anche io che in assoluto la Storia sia sempre civile – come la Scienza, del resto. È vero anche però che ci sono dei temi che sono “più civili”, che toccano di più la sensibilità comune. Per esempio, studiare oggi la razza, l’antisemitismo, l’ambiente, le guerre in Europa, i genocidi, suscita sensibilità più legate al presente. La storia dei diritti anche: la Storia delle donne è diventata un grande filone di ricerca degli ultimi cinquant’anni perché sollecita problematiche civili ancora attuali. Quanto hanno contribuito le storiche a far crescere la sensibilità e la consapevolezza delle donne? Ci sono corsi di Storia delle donne in moltissime università e questa è una tematica che sollecita maggiormente, perché attraverso lo studio del passato tu capisci che la condizione femminile ha una sua storia alle spalle, non è un dato immutabile, ma deve cambiare. Alcuni temi sono più civili di altri.

Lo storico ha più facilità nel comprendere le realtà in cui viviamo e quelle che ci attendono in futuro? Come si relaziona insomma all’attualità e al futuro?

Il presente è un discorso, il passato un altro. Se studi il passato, come dicevano già gli antichi, capisci meglio anche il presente. È innegabile. Per il futuro è un po’ diverso. Non riusciamo a prevedere quello che accade in futuro – non ci riescono  nemmeno gli economisti! L’Economia, come dimostrato, non ha previsto nessuna delle grandi crisi economiche dell’ultimo secolo e mezzo, cominciando dall’ultima. Le scienze sociali, nel loro complesso, forse intuiscono meglio certe tendenze delle società, le direzioni in cui si muove, ma il futuro è un’altra cosa. Come vivremo fra cent’anni? Cosa accadrà? Ci sarà una guerra atomica? Non ci sarà? Non lo possiamo davvero sapere.

Io ho una mia teoria, che forse è un po’ mistica: io credo che quelli che capiscono meglio il passato siano gli artisti. Mi viene in mente in questo momento Federico Fellini, che riusciva a intuire poeticamente alcuni decenni prima le trasformazioni della società italiana I film di fantascienza, anche: quelli che parlavano molti anni fa di robot umanoidi e di intelligenza artificiale avevano visto bene. Secondo me, intuiscono tante cose future che altri non vedono. Certo non ci aspettiamo da loro fare un trattato di preveggenza, ti danno delle intuizioni. Ma in fondo già è molto se si riesce a capire il presente (sorride, ndr.). Accontentiamoci di questo. 


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