di Sofia Liverani, III F
Durante gli scorsi mesi, i discorsi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno scosso la scena politica e l’opinione pubblica internazionale con le loro forti posizioni politiche e ideologiche tanto quanto per la loro schiettissima modalità comunicativa. Si tratta, innanzi tutto, di uno stile retorico che tende a utilizzare un lessico estremamente basso e delle locuzioni molto nette: frequentissime, quasi esasperate, sono espressioni quali: “gli Stati Uniti sono il miglior Paese sulla faccia della Terra”, “questi numeri superano ogni record mai stabilito” o “nessuno ha mai visto nulla del genere”. Frédérique Sandretto, docente di civiltà americana a Science Po Paris, basandosi su un’analisi logometrica condotta con l’ausilio di un software specializzato nello studio quantitativo dei discorsi politici, ha affermato in una puntata della trasmissione Vrei/Faux che il presidente utilizzerebbe nei suoi discorsi una media di soltanto duecento parole, il vocabolario che un bambino di diciotto mesi comprende — a titolo di confronto, Joe Biden, nei suoi discorsi presenziali, ne avrebbe usate intorno alle duemila. Questa considerevole differenza testimonia l’obiettivo di Trump di persuadere gli elettori con una semplificazione massima del suo linguaggio in modo da farsi capire da tutti i ceti sociali. Facendo ciò, egli ottiene senza dubbio un efficacia comunicativa grandiosa, riuscendo in apparenza ad abbattere quella barriera che in genere impedisce alle classi culturalmente meno preparate di avvicinarsi alla discussione politica del proprio Paese e che è causa di disinteresse verso la politica; quella che sembra dunque una vittoria delle democrazia si rivela, invece, un trionfo dell’oclocrazia che il presidente statunitense coltiva da mesi. Non è infatti un caso che egli abbia attaccato ripetutamente, nel corso del suo mandato, Harvard e altri grandi centri di cultura: un popolo incolto e dunque privo di senso critico è certamente terreno fertile per un demagogo.
Tale lavoro di ultra semplificazione — così lo ha definito Sandretto — non si limita soltanto alla scelta del lessico, ma abbraccia un’intera impostazione mentale e ideologica: nei discorsi di Trump, da una parte vi sono i “buoni”, ovvero Trump stesso e i repubblicani, dall’altra vi sono, nettamente divisi, i “cattivi”, ovverosia i democratici, gli immigrati clandestini e ogni popolo che si oppone alle idee dei “buoni”, tra cui gli iraniani. Non stupisce dunque che nel discorso presidenziale del 1° aprile Trump abbia chiamato l’Iran “lo stato sostenitore del terrore n°1 al mondo” e il suo generale, Qassem Soleimani, un “genio del male”, “un essere umano davvero orribile”, per poi sminuire: “Ma sapete cosa? Noi stiamo vincendo, e stiamo vincendo davvero tanto”.
Se da una parte il rifiuto deciso di una forma espressiva ufficiale fa guadagnare al presidente degli Stati Uniti la fiducia del popolo, dall’altra complica non di poco i rapporti diplomatici con gli altri Paesi. In più di un’occasione Trump ha ridicolizzato dei capo di Stato stranieri: ne è un esempio quell’intervista durante la quale egli, in seguito al diniego da parte di Macron di fornire aiuto nella guerra contro l’Iran, ha sbeffeggiato il presidente francese affermando che “la moglie lo tratta malissimo” — faceva riferimento a un video del 2025 in cui la first lady francese sembrava aver dato uno schiaffo al marito. Quella formalità linguistica pensata e cauta, attraverso la quale la diplomazia si esprime e che Trump disprezza è, come Quintiliano scriveva, il primo strumento per costruire uno Stato giusto e solido. La maggiore manifestazione di civiltà dell’uomo sta, infatti, nell’arte della parola, individuata sin dai tempi antichi come mezzo versatile sia per muovere le masse che per farsi vessilliferi di giustizia — si pensi ai discorsi forte e debole, giusto e ingiusto, di cui Aristofane già scriveva. Sia all’interno dello stesso Stato che in rapporto ad altri Paesi, il dialogo è, se impiegato da “viri boni”, ciò che assicura la giustizia, la concordia e la prosperità. Non stupisce, infatti, che alla fine di ogni guerra, per ristabilire la pace si ricorra alla diplomazia.
