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Memoriale dei Libri a Bebelplatz, Berlino. L’opera dell’artista Micha Ullmann rappresenta una biblioteca vuota e rievoca uno dei più celebri roghi di libri, quello che ebbe luogo proprio in questa piazza il 10 maggio 1933, quando i nazisti bruciarono testi definiti “antitedeschi”, circa 20.000 libri tra cui le opere di Marx, Freud, Brecht, Einstein, Musil e molti molti altri. Accanto è posta una citazione di Heine che recita: «Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone».

Testo concorrente al Premio Finzi 2026 di Ilaria De Santis e Marta Piccolomini, II G

I miei libri (che ignorano che esisto) sono parte di me come il mio viso
di tempie grigie e di grigi occhi che vanamente cerco negli specchi
e che percorro con la mano concava.
Non senza qualche logica amarezza
suppongo che le parole essenziali che mi esprimono
stanno in quelle pagine che mi ignorano, non in ciò che ho scritto.
Meglio così. Le voci dei morti mi diranno per sempre.

Borges, I miei libri

La sera del 10 maggio 1933, nella Opernplatz di Berlino, le strade non erano illuminate solo dalle luci della città, ma dal bagliore sinistro di un abominevole incendio.

Si trattò di un rituale di censura di massa: professori, cittadini e studenti come noi, invece di proteggere il sapere, diedero alle fiamme decine di migliaia di libri.

Non si trattava di semplici fogli di carta tinti di inchiostro, ma del cuore della cultura occidentale.

Opere di Freud, Marx, Mann, Remarque e molti altri furono ridotte in cenere a seguito del comando di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda nazista.

Goebbels fu lapidario: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere”.

Il “libro” è un simbolo di riflessione, cultura e confronto, questa frase mira a sostituirlo con il “carattere” che invece indica l’obbedienza cieca e l’abbandono della morale comune. Tale sostituzione priva l’essere umano della sua capacità di pensare autonomamente.

Il fuoco del 1933, come aveva sostenuto Heinrich Heine un secolo prima, sarebbe stato solo l’inizio: chi brucia i libri, prima o poi, finirà per bruciare gli esseri umani.

Questo evento è stato architettato dal potere vigente per eliminare tutto il sapere non conforme all’ideologia del regime nazista e per rendere univoca l’opinione cittadina.

L’accesso completo alla cultura sarebbe stato solo di ostacolo, il potere autoritario non poteva permettersi di lasciare nelle mani dei tedeschi uno strumento per sviluppare spirito critico e smascherare le manipolazioni del potere. 

Senza il confronto con l’altro, rappresentato dalle pagine dei libri, l’individuo rimane chiuso nell’ignoranza diventando un perfetto burattino del potere assoluto. 

Il fuoco di Berlino purtroppo non fu un caso isolato, la storia recente è costellata di ferite simili: la cultura rimane un comune bersaglio nei conflitti di potere. 

Basti pensare alla guerra in Bosnia del 1992, che provocò l’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo portando alla perdita di oltre due milioni di volumi.

Allo stesso modo, durante l’invasione dell’Iraq del 2003, millenni di storia mesopotamica sparirono nel nulla a seguito della depredazione della Biblioteca Nazionale e del Museo Archeologico a Baghdad.

Oggi, sebbene senza fuochi ardenti, la situazione non è per nulla differente. 

In alcuni stati degli USA, in Russia, Cina e paesi con forte influenza religiosa assistiamo alla rimozione di libri dalle biblioteche e dalle scuole, perché incentrati su temi “diversi” e scomodi.

Negli USA in particolare questo fenomeno viene riconosciuto come un problema dal 1982 quando fu istituita la “Banned Books Week”: un’iniziativa annuale che riunisce l’intera comunità letteraria in un impegno condiviso a sostegno della libertà di accesso alla cultura. 

Ogni libro rappresenta un tassello del sentiero tracciato dall’umanità ed è nostro dovere fare di queste testimonianze un bagaglio che possa accompagnarci ad ogni passo.

Senza i progressi scientifici, filosofici, storici e sociali siamo foglie al vento, vittime di un mondo che apparirebbe sconosciuto e indecifrabile.

Proviamo, solo per un istante, a immaginare un mondo in cui quel fuoco del 1933 ci abbia portato via tutta la cultura. 

Basterebbe poco per rendersi conto che senza di essa non saremmo ciò che siamo, vivremmo in un mondo svuotato del progresso, costretti in un presente fatto di “qui e ora”. Saremmo come marinai, senza mappe o bussola, gettati in mare aperto sotto un cielo oscurato; certo potremmo ancora remare (lavorare, mangiare, dormire) ma non sapremmo né dove vogliamo andare né perché lo stiamo facendo.

La cultura è infatti l’unica chiave di cui disponiamo per poter aprire una porta nel passato e per avere accesso alla diversità che ci caratterizza come esseri umani, una diversità che ci consente di ascoltare l’altro e poter scegliere di dire “Io non la penso così”. Non è nella nostra natura far parte di un sistema che ci renda tutti uguali e lasciare che ci tolga la libertà di disobbedire per amore della nostra opinione.

L’uomo di carattere senza libri di Goebbels è un uomo prevedibile, un ingranaggio perfetto che non si inceppa mai con il dubbio.

Ogni libro è uno specchio in cui possiamo vedere noi stessi e capire che nell’altro ci siamo anche noi, che il suo dolore può essere simile al nostro e che dalle esperienze di un estraneo possiamo ricavare un modo per affrontare le nostre. 

Privarci di questa possibilità ci rende ostili di fronte al diverso, lo rende un nemico: qualcuno su cui non ci faremmo scrupoli nel praticare la violenza.

La cultura non è solo uno strumento utile alla quotidianità, ma spesso è in grado di toccarci il cuore con un verso dolce o uno immensamente struggente. Avere la fortuna di leggere parole scritte da menti straordinarie, capaci di una sensibilità fuori dal comune, è un tesoro inestimabile.

Attraverso Ungaretti possiamo sentire il tormento della guerra come fosse una ferita incisa sulla nostra pelle nuda, invece che poterla solo immaginare come un tetro rumore di sottofondo.

Leggendo Verga possiamo invece percepire la cruda rassegnazione di chi è vinto dalla vita, toccando con mano il dolore di chi è costretto a fare di tutto per un pezzo di pane. 

I versi di Leopardi ci rendono piccoli e smarriti di fronte all’immensità di una natura indifferente, ci spogliano di ogni illusione e ci aiutano a costruirci una dignità anche al cospetto dell’infinito.

Liesel Meminger, protagonista del romanzo Storia di una ladra di libri di Markus Zusak, scopre che le parole sono un’ancora di salvezza. In un mondo avvolto dalle fiamme, una bambina trova il coraggio per rubare libri da un rogo che voleva spegnerle la curiosità.

Come Liesel, ognuno di noi può trovare nei libri un faro nella confusione, un modo per fuggire dalla realtà, per comprendere eventi che non possiamo toccare con le mani e per non dimenticare mai.

La vita si ripropone a noi in modi analoghi e conoscere non è solo utile, è tutto ciò che abbiamo per trattenere un briciolo di umanità anche quando tutto il resto suggerisce il contrario.

Primo Levi conclude la sua opera I Sommersi e i Salvati in merito all’Olocausto, con un monito sull’importanza della storia, per far sì che nulla svanisca con il tempo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

La catastrofe di Berlino ci ricorda di fare tesoro di ogni libro letto, ogni film analizzato, ogni lascito del passato e di applicarlo alla nostra vita.

Quando si smette di leggere, si smette di pensare e quando si smette di pensare si diventa artefici e, quindi, vittime di un nuovo incendio.

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