di Samuele Moscetta, I E

Appeso al tuo frigorifero, sorretto con lodevole sforzo dalla calamita che hai riportato da quel viaggio in montagna, il calendario osserva la cucina, scaldata dal sole tiepido. Tra la foto di un golden retriever e la pubblicità di una clinica privata si estende il vorticoso oceano dei giorni della settimana, abitato dai famigerati banchi di impegni, visite e bollette da pagare, incubo di qualsiasi marinaio.

Sotto la scritta rossa del 25 Aprile, quella destinata ai feriali, troviamo la dicitura “Festa della Liberazione”. Il calendario – che non sbaglia mai – è molto chiaro: si tratta della festa di tutti gli Italiani, nessuno escluso. 

D’altronde si parla di quel singolo atollo, fra le distese salate dell’anno, capace di stringerci spalla contro spalla, come uniti furono i partigiani oltre settant’anni fa; l’unico a sciacquar via il credo politico dalla nostra pelle, messo da parte per celebrare il diritto di possederne uno. 

Tutto questo, ovviamente, se non si sventola una bandiera ucraina alle manifestazioni.

Nelle città di tutto il belpaese, nella giornata che dovrebbe stringere ogni suo abitante, il termine “Liberazione” è stato usurpato dalle schiere di uomini del servizio d’ordine che, con metodi violenti ed intimidatori, hanno sfruttato la pettorina catarifrangente per imporre la propria visione distorta, facinorosa, fascista a tutti gli effetti, di questa data.

Uomini, donne, ragazzi, anziani hanno visto maltrattata la propria figura ed impedita l’adesione ai cortei perché la bandiera che stringevano in mano, quella ucraina, costituirebbe – nella visione dei suddetti militanti – una “provocazione ai valori celebrati in piazza” e non l’emblema della lotta contro un potere autoritario e soverchiante – due aggettivi facilmente attribuibili al regime moscovita.

Per diversi anni sono stati i gruppi extraparlamentari di chiara matrice neofascista ad attirare i microfoni e le telecamere della stampa durante il 25 Aprile, minacciando – con il tacito consenso dei partiti di origine reazionaria – la Festa della Liberazione, sempre più spesso manifestazione sinistroide e non dell’intera nazione, come simbolo di resistenza e unione. Ora, con una schiera di uomini che, tramite un fare prevaricatore tipico delle squadracce fasciste, rende pericolosa l’adesione alle manifestazioni per chiunque non aderisca perfettamente ad un gospel radicale ed estremista, di posizione filorussa, la stessa sinistra che gridava “Fascisti!” alle squallide brigate di estrema destra, fatica a condannare l’operato di questi ingiuriosi militanti, evidentemente inconsapevoli dei valori distintivi della festa che rivendicano come propria; di certo sulla retta via per distruggerla, con l’assist perfetto fornitogli dal deludente silenzio del centro sinistra, incapace appunto di una coerente e decisa condanna.

È davvero deludente assistere allo scemare di quel poco di serietà intravista nella condanna al neofascismo grazie ad una schiera di gaglioffi, in grado – in qualche modo – di poter decidere chi è ben accetto e chi, invece, è ospite sgradito; grazie a cui sono arrivate veloci come il vento le frecciatine dell’area liberale, straordinarie nel rafforzare quell’immagine contorta del 25 Aprile, sfortunatamente sempre più realtà.

La Festa della Liberazione, della lotta al potere soverchiante e prevaricatore, di resistenza alla violenza politica, della pluralità, del confronto, del dialogo sta rapidamente mutando in una sordida sfilata di violenti. E quando questi militanti si renderanno conto di aver allontanato gli italiani, non abbastanza puri dinanzi alle tavole della legge imposte ad ogni partecipante, si troveranno in piazza da soli, con le amate bandiere rosse in mano, perché questa è la loro idea di democrazia.

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