di Sofia Liverani, III F
Estate. Caldo estraniante. Non posso uscire. I miei amici non sono in città in ogni caso, quindi nemmeno ne avrei motivo, di uscire. Ho pure la pressione bassa: sverrei. Sono confinata in un’afosa solitudine che mi riduce a un corpo stanco e lento, destinato a liquefarsi su un divano e a venir assorbito dal tessuto.
Le lezioni sono finite. Quasi mi manca l’aula – eresia! Niente più letteratura, niente più storia, niente più arte: nulla di nuovo che i miei pensieri possano abbracciare. La mia mente è vuota. Ogni conversazione che inizia finisce a parlare del meteo, del caldo e di quando potrebbe piovere – perché magari, se piove, la temperatura si abbassa. Vana speranza.
Sabato, ore 11:21 antimeridiane. Mi sono appena svegliata. Il mio corpo, ormai allo stato fluido, si trascina come un ghiacciaio con la sua morena dal letto verso la cucina. Il pavimento è più fresco, qui. Mi addosso al muro; alzo un braccio, afferro la maniglia del frigorifero e lo apro. Un breve momento di frescura. Prendo il cartone del latte, lo verso nella tazza di Spider-Man e mi preparo la colazione. A quest’ora, se fosse un giorno di scuola, starei ascoltando il professore vaneggiare sull’etimologia di una parola che appare tre volte nell’Inferno e una nel Purgatorio che ha notato perché dal latino e attraverso il francese ha avuto un derivato sia nel fiorentino che nel veneto.
L’unico motivo per cui mi alzo alla mattina, d’estate, è per fare colazione. Golosa come sono di latte e di dolci, essa è per me un enorme piacere che controbilancia la temperatura infernale e le analoghe pene che soffro durante la giornata. Spossatezza permettendo, mi sbrigo a fare colazione per ottenere quella spinta zuccherina che mi consente di trascinarmi in sala, sotto il condizionatore, il quale annaspa quasi quanto me. Giunta sul divano ormai in procinto di evaporare, giaccio delusa dal pensiero che tutto ciò che volevo fare – ovvero la colazione – è stato fatto. Temo di non poter fare altro che attendere ansiosamente l’ora della merenda.
Sabato, ore 5:34 pomeridiane. Ho appena finito con entusiasmo latte e biscotti. Rifocillata e sollevata per un attimo dai suddetti danteschi martìri, torno a pensare che il pomeriggio, quello utile, quello in cui si attende la merenda, è appena terminato. A questo punto mi fermo e mi interrogo su un enorme dubbio che improvvisamente mi attanaglia: la gioia immensa che traggo dalla merenda viene dal momento del pasto in sé, oppure dalla fine della trepidante attesa, dal completamento di un percorso che prospettava un culmine di euforia? E ancora: è la felicità che attribuisco al momento della merenda degna di essere attesa, o è soltanto un’illusione che la disperazione nata dal costante disagio crea nella vana speranza di sospendere il dolore? È la merenda a essere portatrice di felicità, o solo il deludente concetto idealizzato di essa?
Mi sposto su un altro cuscino del divano, essendosi scaldato quello su cui sedevo, e penso:
Dannato Leopardi.