di Cecilia Busnengo, II G

«Cosa fai seduta lì?»

«Penso.»

«Nell’acqua gelata?»

«Il freddo aiuta.»

«A cosa?»

«A non confondere i pensieri con il rumore.»

«Che rumore?»

«Quello che fai tu quando cammini. Si sente da lontano.»

«Non ti conosco.»

«Lo so.»

«E allora perché mi parli?»

«Perché ti sei fermato.»

«Mi sono fermato per chiederti se stai bene.»

«No, ti sei fermato perché eri curioso. Stai bene è solo la scusa educata.»

«Come ti chiami?»

«Dipende dal giorno.»

«Oggi?»

«Oggi Mara.»

«E ieri?»

«Ieri non mi ricordo, non era una buona giornata.»

«Sei matta.»

«Già. E tu sei noioso. Quindi siamo pari.»

«Non sono noioso.»

«Cammini con la testa bassa e le mani in tasca alle tre del pomeriggio di un martedì, cosa dovrei pensare?»

«Che sono stanco.»

«Stanco di cosa?»

«Di tutto.»

«Tutto è una risposta da uno che non vuole rispondere.»

Dieci secondi dopo.

«Cosa c’è in quella borsa?»

«Tutto.»

«Tutto cosa?»

«Tutto quello che serve.»

«Tipo?»

«Una penna senza cappuccio, tre ghiande, una foto di un mare che non so dove sia, un biglietto del treno per una città dove non sono mai andata.»

«E ci vai?»

«No.»

«Allora perché tenerlo?»

«Perché posso.»

«Non ha senso.»

«Ha tutto il senso. Ce l’ho io, perché dovrebbe averlo anche il biglietto!»

Ventitre secondi dopo.

«Non hai una casa?»

«Ce l’ho.»

«Dove?»

«Cambia.»

«Non ti spaventa?»

«Mi spaventa più l’idea di stare ferma.»

«Io sto fermo e sto bene.»

«Lo dici tu.»

«Lo dico io che lo so.»

«No, lo dici tu che vuoi crederci.»

Accavalla la gamba.

«Quindi secondo te sto male?»

«Secondo me stai comodo, è diverso.»

«Comodo non è una cosa negativa.»

«No, ma è una cosa pericolosa.»

«Perché?»

«Perché quando stai comodo smetti di muoverti, e quando smetti di muoverti inizi a marcire senza accorgertene.»

«Sei una bella tipa allegra.»

«Preferisci che ti menta? So fare benissimo anche quello.»

«Preferisco che tu stia zitta.»

«E invece eccomi qui.»

«Scusa, ma da dove vieni?»

«Da vari posti.»

«Tipo?»

«Tipo posti dove non ero più benvenuta, posti dove mi annoiavo, posti dove mi volevano troppo bene nel modo sbagliato.»

«Cosa significa nel modo sbagliato?»

«Significa che mi volevano ferma, sistemata, normale.»

«E tu non volevi?»

«Io volevo quello che volevo io, che è una cosa che alla gente dà fastidio.»

«Anche a me dai fastidio.»

«Lo so, ma sei curioso, infatti sei ancora qui.»

Un sospiro.

«Cosa fai tutto il giorno?»

«Guardo.»

«Cosa?»

«Tutto. La gente, i piccioni, le crepe nei muri, il modo in cui cambia la luce.»

«E basta?»

«E basta.»

«Non ti annoi?»

«Mai.»

«Come è possibile?»

«Perché non aspetto che succeda qualcosa di importante, ogni cosa lo è.»

«Anche i piccioni?»

«Soprattutto i piccioni. Non li hai mai guardati davvero?»

«No.»

«Appunto.»

«Secondo te sono pazzo?»

«No.»

«Quindi sono normale.»

«No, peggio, sei ragionevole.»

«È un insulto?»

«È una diagnosi.»

«E qual è la cura?»

«Non lo so, inizia a fare cose che non capisci, vivi la vita al contrario di come stai facendo.»

«Tipo sedermi in una fontana ad aprile?»

«Per esempio.»

«Mi bagnerei?»

«Esatto.»

Diciassette secondi dopo.

«Perché fai questa vita?»

«Perché fai tante domande?»

«Perché vorrei conoscere meglio me stesso attraverso di te. Rispondi.»

«Quale vita intendi?»

«Questa vita, senza una casa fissa, senza un lavoro, senza un piano.»

«Chi ti ha detto che non ho un piano?»

«Ce l’hai?»

«No, non ne sento il bisogno. Non è detto che serva.»

«A tutti serve un piano.»

«A tutti piace pensare che serva, è diverso.»

«E se le cose vanno male?»

«Vanno male lo stesso, con o senza piano. Almeno così non ho perso tempo a farne uno.»

«Non hai paura di niente?»

«Ho paura di tante cose.»

«Tipo?»

«Di svegliarmi un giorno e non riconoscermi, di smettere di stupirmi, di diventare come quelli che guardano l’orologio ogni cinque minuti.»

«Io guardo l’orologio ogni cinque minuti. Vorrei non farlo.»

«Lo so.»

«L’hai notato?»

«L’ho notato subito.»

Si sgranchisce il polso.

«Domani ci sei?»

«Non lo so.»

«Non ti importa?»

«No.»

«Come fai?»

«Smetti di chiedere come, inizia a chiedere perché no.»

«Perché no cosa?»

«Tutto. Perché non sederti nell’acqua, perché non parlare con uno sconosciuto, perché non sapere dov’eri ieri.»

«Perché è scomodo…»

«E quindi?»

«E quindi non si fa.»

«Chi lo dice?»

«Tutti.»

«E tu ascolti tutti?»

«Di solito sì.»

«Lo sapevo.»

«Cosa sapevi?»

«Che eri il tipo che ascolta tutti tranne se stesso.»

«Non è vero!»

«Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa solo perché la volevi tu?»

«…»

«Esattamente.»

Guardo l’orologio, è tardi.

«Ci rivediamo?»

«Forse.»

«Forse sì o forse no?»

«Forse forse.»

«Non sei molto rassicurante.»

«No.»

«E non te ne importa niente?»

«No.»

«Almeno sei onesta.»

«È l’unica cosa che non ho mai perso, dovresti prendere spunto.»

Il giorno dopo la fontana era vuota, e così la panchina accanto.

Ero ancora confuso, ma avevo bisogno di parlare ancora con lei, di esporre i miei problemi e le mie paure, perché forse li capiva meglio di me.

Sul bordo della fontana c’era una ghianda, una della tre che aveva nella borsa.

Non ho capito se fosse un addio o una risposta.

Forse era tutte e due le cose.Forse non era niente.Forse non importava.

Stavo impazzendo? Probabilmente. Ma non sarei più stato “comodo”.

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