di Samuele Moscetta, I E
Le elezioni del sindaco a New York
In occasione delle più recenti elezioni del sindaco di New York (carica, intuirete, tra le più importanti a livello locale negli States), Trump ha voluto esprimere il proprio giudizio nei confronti dei maggiori candidati in lizza, dicendo che “preferirebbe il cattivo democratico piuttosto che il comunista“, riferendosi rispettivamente al candidato indipendente Andrew Cuomo, di orientamento di centro-sinistra, e al democratico Zohran Mamdani, “scendendo a patti” con il primo a seguito della netta sconfitta del rappresentante più conservatore Curtis Sliwa.
Premesso che entrambe le definizioni, chiaramente provocatorie, siano di fatto errate, c’è da chiedersi se il Presidente degli Stati Uniti sia nella posizione di rilasciare dichiarazioni del genere sui maggiori candidati per una carica di così grande rilevanza. Potremmo dilettarci nell’immaginare uno scenario in cui il nostro Primo Ministro rilascia un’intervista del genere a proposito dei candidati in lizza per la carica di Sindaco di Roma e figurarci senza problemi il “putiferio” mediatico che ne seguirebbe; eppure, negli USA, una notizia analoga non è neanche in prima pagina.
Nel rispondere alla domanda precedente – a seconda del colore politico – c’è chi fa rientrare queste dichiarazioni in uno stile di comunicazione ormai largamente utilizzato in politica: il cosiddetto “dirt speech”, di comprovata efficacia nel fare scalpore e creare titoli, portare visibilità (positiva o negativa che sia) al personaggio che ne fa uso. Altri, di sentimento opposto, parlerebbero di affronto e di tentativo di destabilizzazione delle libere elezioni da parte della figura che – nella teoria e come scritto nella Costituzione – dovrebbe essere garante e rappresentate ultimo della democrazia in America.
Tornando alla cronaca, le elezioni si sono concluse il 5 novembre 2025 con la vittoria netta proprio di Zohran Mamdani che, nel prossimo futuro, dovrà mettersi al lavoro per amministrare nel modo migliore possibile gli affari della Grande Mela e – come annunciato ai microfoni – nel “delineare un team di 200 legali per difendersi dagli eventuali scontri legali con Trump”, dichiarazione che, tornando al parallelismo con il nostro Bel Paese, ci risulterebbe totalmente assurda e certamente clamorosa se fosse espressa dal nostro ipotetico nuovo sindaco della Capitale.
Il congresso
Spesso, nelle fasi di sofferenza di uno Stato democratico, per la tutela e la resilienza dello stesso, è centrale la risposta che offre il Parlamento alle tensioni. Questo dovrebbe diventare faro di salvezza, fondamentale per arginare l’accentramento del potere da parte di un regime autoritario. In America, allora? Il Congresso come se la cava?
Potete rispondere al quesito da voi: è sufficiente ascoltare e osservare il discorso del presidente dello scorso 4 marzo al Congresso, lo State of Union. Avrete di fronte Donald Trump, alla sua sinistra il vicepresidente J.D. Vance e alla destra lo speaker della camera Mike Johnson. Dovreste avere davanti a voi il leader del mondo libero, il garante delle democrazie occidentali. Tristemente e in modo raccapricciante vi sembrerà, invece, di assistere al discorso di un monarca.
Lo State of Union, per chi non ne fosse a conoscenza, è il discorso tenuto annualmente da parte del Presidente degli Stati Uniti per descrivere le condizioni generali della nazione sotto il profilo sociale, economico e politico e condividere l’agenda governativa corrente al Congresso. Nel 1801, Thomas Jefferson aveva deciso di non tenere il discorso, considerandolo troppo monarchico, scelta che fu mantenuta dai suoi successori per oltre un secolo. Nel 1913 ecco che torna alla luce, in una situazione geopolitica tesissima. Con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, poi, non deve stupirci che non sia più stato abbandonato.
Torniamo e concentriamoci adesso su quello del 2025: il Presidente degli Stati Uniti che – come da tradizione, in pratica – si dice orgoglioso della vittoria, proclamando “di aver riportato l’America dove merita”, di aver ristabilito la giustizia, la libertà, la democrazia. “Abbiamo eliminato la cultura woke”. “In 43 giorni abbiamo già fatto più della maggior parte delle amministrazioni in quattro od otto anni”. “Siamo usciti dagli accordi ingiusti di Parigi sul clima, dalla corrotta World Health Organization”. Tre, lunghe ore di interventi di cui si possono trovare i takeaways ovunque sui giornali americani, assieme alle innumerabili “bufale” annunciate con fierezza dal presidente. Ma è davvero necessario commentare, riassumere, analizzare quanto detto? Ha poi senso fare fact-checking? Non è necessario rispondere.
Allora – delle tre ore di discorso – portiamo a casa i nostri takeaways, le nostre considerazioni, indugiamo su quelli che sono i dettagli davvero importanti: Trump che indica l’ala dei democratici, immobili per l’intera durata della seduta, deridendoli. Trump che si prende gioco della speaker democratica Elizabeth Warren chiamandola “Pocahontas”, avendo questa rivendicato, in passato, le proprie origini nativo-americane. Il deputato Al Green che si alza in piedi per esprimere il proprio dissenso e viene prontamente allontanato sotto – immaginerete –, gli scrosci di applausi e le provocazioni dei repubblicani, condivisi con sentimento anche dal vicepresidente Vance (giunti a questo punto del discorso, per vostra informazione, avrete appena assistito alla prima volta nella storia americana che un deputato viene fatto allontanare durante una seduta tenuta dal presidente). Trump che si vanta di aver smantellato USAID, divertendosi a schernire i paesi africani che l’organizzazione sosteneva: “Davamo soldi alla Zambia, 42 milioni di dollari all’Uganda […] davamo 8 milioni di dollari per favorire le politiche LGBTQ in Lesotho! Chi lo ha mai sentito il Lesotho?”
Insomma, tre ore di discorso in cui – in modo del tutto inquietante, raccapricciante – troverete ben poco di vicino alla democrazia; durante le quali ascolterete tanta propaganda, tante falsità senza molte pretese, ma acclamate come sempre dalla platea. Osserverete poi, soprattutto, decine e decine di deputati in esaltazione ad ogni frase, ogni scherno, ogni falsità. Potrebbe ricordarvi qualcosa…
Conclusioni
Quanto fin qui esposto mostra chiaramente come l’aria stia oggettivamente cambiando, che alcune situazioni decisamente lontane dalla fisiologia di una democrazia stiano diventando troppo rumorose da poter essere ignorate. Adesso, tuttavia, arriva la parte più complicata del nostro processo di analisi: non scadere nel fazioso, non tingersi di un colore politico. Infatti, se vogliamo comprendere universalmente la delicata e critica fase che le democrazie occidentali stanno vivendo, di cui gli Stati Uniti sono l’esempio lampante e più estremo, dobbiamo allontanarci dal problema e ricercare nello stesso le sue cause.
Se dovessimo sceglierne una tra le innumerabili sarebbe, con ogni probabilità, il processo di polarizzazione che affligge da tempo l’equilibrio politico e sociale americano: due partiti, due colori, due facce, due gruppi. Si può descrivere così la politica interna a stelle e strisce e quella che rischia di essere la sua rovina. Il dialogo? È diventato prendersi gioco della fazione opposta. I compromessi? Finché si è in maggioranza si decide. Da tempo, ormai, sembra di stare osservando la sciocca lite tra due infanti: chi è al potere fa i “dispettucci” all’altro, che frigna per il torto subito, fino a quando non sarà il suo turno e potrà prendersi la propria rivincita.
La società, specchio della classe politica, appare dunque divisa da una frattura che sembra insanabile, inconciliabile: in una situazione di questo tipo non deve quindi sorprenderci che il dialogo, apparentemente ormai infruttuoso e superato, lasci spazio all’autoritarismo, in un processo che possiamo tranquillamente incasellare e definire come di de-democratizzazione.
A questo punto un’altra domanda sorge spontanea: dobbiamo quindi assumere che negli Stati Uniti non ci sia più spazio per la libertà, per la democrazia?
Rispondervi appare semplice: la democrazia forse non risiede più nello Studio Ovale o nel Congresso, o comunque vi sta scomparendo, ma la si può individuare con un orecchio attento, anche se meno rumorosa. La democrazia risiede nelle proteste di milioni di persone che sono scese in piazza per contestare qualcosa che va oltre il mandato di Trump, oltre le politiche dei repubblicani. La democrazia sta nel dibattito mediatico che ha portato alla revoca della sospensione di Jimmy Kimmel. La democrazia resiste nella scelta univoca delle redazioni giornalistiche americane che, mettendo da parte l’ideologia, hanno scelto di non chinare il capo. La democrazia, per definizione, sopravvive nella gente.