di Samuele Moscetta, I E

Nelle ultime settimane, in oltre 2600 città – statunitensi e non – si sono riuniti milioni di persone per contestare il secondo mandato alla Casa Bianca di Trump, accusato di star instaurando un governo autoritario e di flettere il potere di cui gode per imporre il silenzio ai propri oppositori. Parallelamente abbiamo assistito a numerose prese di posizione e decisioni forti giunte dallo Studio Ovale, che aprono un dibattito complicato ed estremamente controverso: gli Stati Uniti d’America, il polo a noi più vicino (in una visione geopolitica del mondo) rispetto alla Russia, sono ancora un paese democratico come scritto nella Costituzione a stelle e strisce?

Prima di procedere nell’arduo tentativo di sciogliere questo quesito è necessario partire da un presupposto importante.

Così come noi tutti distinguiamo senza problemi due colori – prendiamo per comodità il giallo ed il rosso (perdonate il paragone banale) – allo stesso modo siamo facilmente in grado di discernere un regime dittatoriale da una libera democrazia. 

Eppure – per il paradosso del sorite – di fronte ad una scala cromatica che va dal giallo al rosso, passando per ogni sfumatura, ci risulterebbe impossibile affermare quando inizia un colore e termina l’altro (evitando paletti arbitrari, che sarebbero presi per convenzione). In modo del tutto analogo i confini tra una democrazia ed un autoritarismo possono essere estremamente labili e sfumati, tanto da impedirci di individuare una soglia, un limite preciso ed indiscutibile, a dividerle.

Posta tale premessa possiamo addentrarci in una selva – direbbe Dante – di definizioni ambigue e nodi impossibili da sciogliere, per tentare quantomeno di darci una risposta. Nel destreggiarci in questo groviglio analizzeremo i punti maggiormente contestati nella politica interna ed estera del presidente repubblicano, in quanto probabilmente unico modus operandi percorribile.

Trump: Un’invasione dall’interno” e il “Segretario della Guerra”

Martedì 30 settembre 2025 il presidente statunitense teneva un discorso di fronte a centinaia di generali dell’esercito, convocati a sorpresa a Quantico, in Virginia:

“Ho detto a Pete (Hegseth) che dovremmo usare alcune di queste città pericolose (Boston, New Orleans n.d.r.) come campi di addestramento per le nostre forze armate per la Guardia nazionale. Entreremo presto a Chicago, che è una grande città con un governatore incompetente”.

“Siamo sotto invasione dall’interno. Non è diverso da un nemico straniero, ma è più difficile sotto molti aspetti perché non indossano uniformi”.

Questi estratti, estrapolati da una serie di interventi tenuti da Trump durante l’incontro (della durata di oltre quattro ore e disponibile per intero in rete) evidenziano in modo prettamente pragmatico l’insofferenza dell’attuale presidenza nei confronti dell’autogestione delle città in mano all’opposizione, che si traduce in un conseguente e diretto intervento federale nel risolvere “gli errori e le mancanze” dei governatori democratici. 

L’impiego dell’esercito nelle metropoli non è da considerarsi una minaccia forte ma priva di reale concretezza: abbiamo in effetti già osservato il largo utilizzo dell’esercito in città come Los Angeles, Portland e Washington. Basti pensare che nella capitale sono stati schierati oltre 2000 militari secondo le stime, già prima del discorso tenutosi alla fine dello scorso settembre. 

La mobilitazione massiva di truppe dell’esercito nelle strade e nelle piazze delle città, già per l’appunto avviata, ha come scopo dichiarato quello di contrastare la crescente criminalità, stroncare le associazioni di narcotrafficanti e l’immigrazione illegale, ma nasconde un evidente fine implicito, impossibile da non vedere. Mandare un messaggio politico forte all’opposizione e, soprattutto, cercare di capire fino a quanto – e in che modo – è possibile flettere la fisiologia di una democrazia: poiché – ricordiamolo – schierare soldati armati nelle piazze e nelle strade, a sorveglianza (più che tutela) dei cittadini, per dimostrare l’autorità federale ai governatori e ai sindaci locali ha ben poco a che fare con il normale funzionamento di una repubblica democratica.

La retorica dell’“invasione interna” ci può rimandare invece ad un’ossessione – come scrive Umberto Eco nel suo Fascismo eterno – tipica di una struttura a vocazione fascista che per la necessità stessa di sopravvivere è obbligata a definire con chiarezza un nemico, una minaccia costante e imperitura, descritta come pericolosa e temibile. Associare il nuovo mandato di Trump al tentativo di instaurare un governo a stampo fascista sarebbe un’eccessiva semplificazione della realtà, eppure sembra evidente che la delineazione di un nemico chiaro, di una forza pericolosa e tangibile faccia certamente “comodo” alla presidenza che, in questo modo, è innanzitutto giustificata a forzare la mano in determinate situazioni ed inoltre è vista da coloro che la supportano come baluardo e salvatrice della nazione perché schierata dalla parte giusta di un conflitto che in fin dei conti appare più come “una solitaria guerra”, citando Guccini.

Ritorniamo al già menzionato Pete Hegseth, collaboratore stretto di Trump e Ministro della Difesa o meglio, da quando proprio il presidente ha cambiato nome al ministero, Segretario della Guerra, come fieramente scrive sui propri profili social. La scelta di cambiare denominazione alla carica, per quanto ininfluente sul piano pratico non è ovviamente casuale: va infatti ad impattare significativamente sulla visione che gli stessi cittadini americani hanno degli interessi in politica interna ed estera della propria nazione che, come suddetto, appare minacciata, in “guerra”, appunto.

Proprio Hegseth ha avuto l’opportunità di intervenire più volte durante l’incontro, rimarcando la linea già stabilita da Trump e aggiungendo – oltre ad una larga critica alla cultura “woke”, al politicamente corretto e alle “politiche green” – un tassello importante per intendere la visione ideologica, politica ma anche pragmatica dello Studio Ovale in questi ultimi mesi:

“Benvenuti al Dipartimento della Guerra. L’era del Dipartimento della Difesa è finita”.

“Stiamo dando ai sergenti istruttori il potere di instillare un sano timore nelle nuove reclute, assicurando che i futuri combattenti siano temprati. Sì, possono “attaccare come squali”, possono imprecare e sì, possono mettere le mani addosso alle reclute”.

Trump ha infine strappato il sorriso agli oltre ottocento generali presenti nell’aula con “una battuta delle sue”, scrive il New York Times: “Se non vi piace quello che sto dicendo, potete andarvene. Naturalmente, se ne va il vostro grado, se ne va il vostro futuro”.

È insomma evidente che non ci sia più spazio per l’indipendenza e le riflessioni personali, ma che sia, al contrario, giunto il momento dell’obbedienza, della docilità, dell’ottemperanza.

Portare in tribunale gli oppositori

Per toccare con mano se e quanto la carica di presidente abbia un’influenza globale (in tutti gli ambiti) per Donald Trump appare emblematica una situazione controversa e dibattuta, che affonda le proprie origini a cinque anni fa, nel 2020: l’attacco al Campidoglio, del gennaio di quell’anno, aveva fatto rapidamente il giro del mondo, venendo etichettato in fretta come “un tentativo in piena regola” di un colpo di Stato da parte dei repubblicani. Ci si aspettava quindi una condanna netta da parte dell’allora presidente uscente che, tuttavia, non arrivò. Trump pubblicò sui propri canali ufficiali (Instagram, Twitter e YouTube) un discorso in cui sosteneva come il proprio intervento prima dell’assalto a Capitol Hill fosse “totalmente appropriato”. Tutte e tre le piattaforme, in seguito alla pubblicazione dell’apologia, avevano sospeso i rispettivi profili del politico newyorkese che, in risposta, aveva fatto causa alle tre aziende. 

I procedimenti legali che ne seguirono si erano però arenati durante il mandato di Joe Biden, sembrando destinati a chiudersi senza ripercussione alcuna. A seguito delle elezioni del 2024, tuttavia, la situazione processuale è mutata rapidamente: l’evidente peso giuridico della carica di Presidente degli Stati Uniti d’America, sfruttato dall’accusa, ha portato Alphabet, Meta e Twitter (nel frattempo acquisito da Elon Musk e rinominato X) a patteggiare per cifre multimilionarie, evitando strascichi legali ben peggiori. Nonostante avessero da tempo interrotto la sospensione degli account, infatti, le tre aziende hanno dovuto versare rispettivamente ventiquattro, venticinque e circa dieci milioni di dollari nelle tasche di Trump (cifre per la maggior parte reinvestite nei lavori di riammodernamento della Casa Bianca).

La notizia è interessante in quanto ci rivela una “strategia” largamente utilizzata dall’attuale presidente che ha condotto cause legali analoghe – nuovamente terminate con patteggiamento della difesa – anche contro testate giornalistiche o emittenti televisive “colpevoli” di averlo contestato, come CBS e NBC, ABC News e il Wall Street Journal. La più recente ed eclatante è stata fieramente annunciata dallo stesso presidente lo scorso 17 settembre:

“Ho l’onore di intentare una causa per diffamazione da 15 miliardi di dollari contro il New York Times, uno dei quotidiani peggiori e più degenerati nella storia del nostro Paese, diventato portavoce del partito democratico di sinistra radicale”.

È estremamente chiaro, in definitiva, come non ci sia alcuna tolleranza per ogni forma di contestazione. Da critiche, proteste o “il montaggio di un programma troppo provocatorio” (come nel caso della Paramount, che ha dovuto versare 16 milioni al presidente per una puntata del celebre “60 Minutes” su CBS) possono scaturire cause legali multimiliardarie a cui nessuna testata giornalistica o azienda può far fronte. Questi processi non presentano mai come obiettivo fondante il risarcimento monetario, bensì l’uscire per Trump “trionfante” e “superiore” dallo scontro, palesare la “sottomissione” degli oppositori.

La stampa estromessa dal Pentagono

A fare particolarmente scalpore di recente è stata una decisione improvvisa presa dallo Studio Ovale a metà ottobre, prontamente incasellata dall’opposizione come un tentativo cristallino di intaccare la libertà di stampa e la trasparenza ministeriale: tutte le maggiori testate giornalistiche hanno ricevuto un documento riguardante nuove regolamentazioni che impongono una forte limitazione sulla libertà di stampa all’interno del Pentagono.

Come riportano unanimamente le testate statunitensi – senza distinzione di credo politico – tale documento stabilisce il divieto di pubblicare qualsiasi informazione interna al Pentagono senza previa revisione e approvazione del ministero. Ne è seguita una rumorosa protesta da parte di tutto lo spettro editoriale americano che ha portato alla rinuncia da parte di una lunghissima lista di giornali (molti dei quali anche conservatori, come il canale “trumpiano” Newsmax), al proprio accesso e presenza al Pentagono.  Basti pensare che ad aver accettato le nuove misure restrittive sembra essere solamente l’emittente di estrema destra One America News (OAN). 

Il 14 ottobre scorso tali limitazioni – che secondo le redazioni del NY Times, del Washington Post e di CNN e altri media vanno a violare il Primo Emendamento – hanno portato ad una situazione che non si verificava dal lontano 1943, stando alla giornalista dell’Atlantic Nancy Youssef: non ci sarà alcuna grande testata accreditata a coprire ciò che accade all’interno del Pentagono. 

Agli statuti delle principali redazioni che comunicavano il proprio dissenso nei confronti della manovra restrittiva e non liberale è seguita la reazione di Hegseth che su X ha “salutato con l’emoji della manina” tutti i giornali che lasceranno il ministero, deridendo in toto il nucleo editoriale che ha deciso – coraggiosamente e con voce sola – che decisioni del genere non possono essere accettate, in quanto chiaramente antidemocratiche, volte al comprimere la libertà di stampa.

È dunque manifesto come si lavori lungo e oltre i limiti dettati dalla Costituzione, ignorando del tutto le contestazioni, le critiche, le proteste che ne seguono. Va osservato tuttavia come la Democrazia stessa risieda e sopravviva proprio in tale dissenso, manifestato – finalmente – con vigore, in modo chiaro e netto, mettendo da parte il credo politico.

E le istituzioni?

Centrale nel processo di accentramento del potere, tipico delle fasi di de-democratizzazione di uno Stato, è lo scavalcamento delle istituzioni, che vengono progressivamente svuotate delle proprie prerogative legislative, esecutive e giudiziarie, concentrate invece nelle mani di un nuovo centro di comando. Parlare di dittatura nel caso degli Stati Uniti sarebbe, ancora una volta, insensato e irresponsabile, eppure stiamo osservando un processo tangibile di deresponsabilizzazione delle istituzioni, spesso ignorate o superate dall’autorità federale, dallo Studio Ovale, dal Presidente. 

Abbiamo assistito a quello che da molti è considerato esempio chiaro del processo appena introdotto, nel mese di settembre, quando sarebbero state affondate dalla Marina statunitense sette imbarcazioni – a pochi giorni di distanza – battenti bandiera venezuelana (stando a quanto riportato da La Repubblica, Sky TG24 e come Trump stesso ha rivendicato sui propri canali social, postando anche il video di una di queste operazioni militari). Ne sono scaturite nuovamente reazioni di dissenso e perplessità per tre motivazioni principali:

le navi venezuelane per quanto, a detta del presidente, stessero trasportando stupefacenti verso gli USA, sono state attaccate ed affondate in acque internazionali;

nonostante Hegseth e Trump abbiano più volte ribadito come le imbarcazioni colpite contrabbandassero narcotici non è stata presentata alcuna prova ufficiale, nemmeno al Congresso;

la decisione di completare le operazioni militari, come segnalato dai senatori democratici Tim Kaine e Adam Schiff (ma sottolineato anche dal repubblicano Rand Paul) non è stata precedentemente approvata dal Congresso, neanche interpellato sulla questione dal presidente.

Per quanto riguarda il primo punto, è imperativo ricordare che l’operazione militare approvata da Trump, avvenuta (come confermato dallo stesso presidente) per l’appunto in acque internazionali, non è di per sé illegittima e illegale. Il Pentagono ha scelto di affondare le navi con la giustificazione che queste appartenessero a gruppi di “narcoterroristi” dei cartelli sudamericani Tren de Aragua e Cartel de los Soles. Una definizione non propriamente riconosciuta dal diritto internazionale, che al contrario regolamenta in modo rigido quanto accade in acque interstatali.

Gli esperti di legge hanno contestato l’uso della forza di Trump, che avrebbe ucciso senza indugi uomini sospettati di traffico di droga come fossero truppe nemiche, invece di arrestarli e processarli. Citando il Times:

“Secondo il diritto internazionale, affinché un gruppo non statale possa essere considerato belligerante in un conflitto armato (il che significa che i suoi membri possono essere presi di mira per essere uccisi solo in base al loro status, non a causa di qualcosa che fanno in particolare), deve essere un “gruppo armato organizzato” con una struttura di comando centralizzata e impegnato in ostilità”.

Al netto dell’incertezza sulla definizione di “gruppo belligerante” (i due cartelli non sono facili da definire perché gruppi eterogenei e spesso estremamente silenziosi), le operazioni portate avanti dalla marina statunitense dichiarano implicitamente un messaggio da non sottovalutare: il diritto fondamentale alla vita può essere invalidato e calpestato in acque internazionali se si è sospettati di commettere un crimine da un’altra nazione.

Per completezza va specificato che queste ripetute operazioni militari portate avanti dalla Casa Bianca rientrano con ogni probabilità in un progetto più ampio, che vede al proprio centro un conflitto indiretto (e non solo) con il controverso regime di Nicolas Maduro, attuale presidente del Venezuela, che negli States ha addirittura una taglia sulla propria testa: 50 milioni di dollari, a testimonianza della complicata “amicizia” con il presidente Trump. 

Il politico carachegno è accusato dall’Occidente – quasi all’unanimità – di aver instaurato una feroce dittatura, colpevole inoltre, di mettere a tacere tramite la forza le polemiche e le proteste sulla situazione macroeconomica del paese, che ormai appare disastrosa: con la mancanza di beni di prima necessità, il crollo del prezzo del petrolio (principale fonte di guadagno del paese), un’inflazione record che, sommati alla diffusa corruzione e la proliferazione del crimine organizzato, stanno facendo sprofondare la nazione in una condizione drammatica. 

A far storcere il naso a Trump, però, è la formazione di quello che da lui è definito un “narco-stato” poiché – a detta dello Studio Ovale – si palesa una copertura e anzi lo sfruttamento da parte del presidente Maduro del traffico internazionale dei cartelli della droga. L’ONU ha smentito tale definizione, descrivendo invece il Venezuela come certamente un crocevia geografico per le principali rotte di cocaina prodotta in Messico e in Perù, ruolo facilitato ovviamente da una certa negligenza da parte dell’esercito e delle istituzioni statali (indebolite da forti e diffuse infiltrazioni), ma non uno stato che basa la propria stabilità e approvazione sul proliferare delle associazioni di contrabbando.

Trump, nel frattempo, ha approvato delle esercitazioni militari a Porto Rico che vanno, in modo inevitabile e molto cinicamente, ad infiammare la già crescente tensione. A tal proposito ha parlato così il professor Mattia Diletti dell’Università Sapienza di Roma intervistato da Fanpage:

“La lotta alla droga è sempre stata il grande pretesto con cui gli Stati Uniti hanno giustificato la propria presenza militare e d’intelligence in America Latina. È un copione che risale all’era Reagan, ma anche a prima. Il caso più emblematico fu la Colombia: lì Washington giustificò la propria presenza con la guerra alla cocaina, ma in realtà si trattava di sostenere i governi impegnati a frenare le forze armate rivoluzionarie come le FARC. Dietro la retorica della droga c’era la volontà di mantenere un controllo geopolitico e militare nella regione. E anche oggi è così: perfino la scelta dei ‘target’, degli obiettivi militari, appare pretestuosa.”

  L’approfondimento segue nel mese di dicembre…

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