di Samuele Moscetta, I E

Dicembre 1966, Stephen Stills, frontman dei Buffalo Springfield, comunica al produttore esecutivo della band la registrazione del singolo di debutto pronunciando la frase: «I have this song here, for what it’s worth». («Ho qui questa nuova canzone, per quel che importa»). Dal fraintendimento che ne consegue nasce “For What It’s Worth”, il brano di maggior successo del gruppo ed uno dei più celebri ed influenti del decennio quasi concluso, dominato dall’avvento del rock and roll, il nuovo nemico giurato dell’America perbenista.

Per comprendere appieno l’origine ed il significato dei versi risulta sufficiente riavvolgere il rullino del tempo di appena qualche giorno dall’iconico scambio di battute, quando il chitarrista era parte del fiume di oltre mille giovani dimostranti che, al fianco di celebrità del calibro di Peter Fonda e Jack Nicholson, videro zittite con la violenza le proprie richieste pacifiche per una Los Angeles libera da limiti culturali e costrizioni artistiche.

Le note, in effetti, accompagnano una serie di immagini molto precise, estrapolate dal ricordo pragmatico dei cosiddetti “disordini del Sunset Strip”, a formare un amalgama che si rivelerà particolarmente fortunata in un contesto del tutto nuovo, ma affine a quello che le ha dato la luce: le strade e le piazze di Washington, animate dalle feroci proteste contro la guerra in Vietnam, di cui il brano diverrà voce, motivetto e colonna sonora.

I think it’s time we stop

Children, what’s that sound?

Everybody look what’s going down

Aprile 2026, ad isolarmi dallo stridio del traffico e dal brusio dei passeggeri ammassati fra le pareti plasticose dell’autobus sono le sole cuffiette bluetooth, infilate nelle orecchie. Fra un po’ di grunge, indie e alternative rock si insinua “For What It’s Worth”, con la sua accuratezza disarmante nel descrivere quel sapore che da qualche mese addensa l’aria, pennellandola di tinte inquietanti: il colore irrazionale dell’ignoranza confonde i contorni, mescola violenza e giustizia, sfuma l’odio con la necessità; distorce le grida in echi lontani, la guerra in eroismo.

There’s something happening here

What it is ain’t exactly clear

There’s a man with a gun over there

A-telling me I got to beware

Nell’ultimo anno ci è stato insegnato ad accettare che il crudele assassinio di un politico non debba essere pianto all’unanimità, ma sfruttato come punto a favore per la propria fazione, come sacrosanta ragione per dividere la popolazione e utilizzare la violenza per difendersi dall’altro schieramento, minaccia per lo stato, la libertà, la democrazia.

There’s battle lines being drawn

Nobody’s right if everybody’s wrong

Young people speaking their minds

Are getting so much resistance from behind

Siamo stati istruiti ad accettare che una nazione, provocata da una milizia terroristica paramilitare, sfoghi la propria furia su milioni di civili, attuando un tentativo di pulizia etnica prontamente etichettato come una pura e semplice “guerra di reazione”.

What a field-day for the heat

A thousand people in the street

Singing songs and a-carrying signs

Mostly say hooray for our side

È divenuto chiaro come setacciare indiscriminatamente strade, piazze, locali, luoghi di lavoro, abitazioni; sguinzagliare agenti senza alcuna preparazione, pronti ad arrestare e pestare qualunque individuo possa ricordare un immigrato senza documenti, costituisca un’ottima strategia per contrastare i flussi migratori clandestini.

Paranoia strikes deep

Into your life it will creep

It starts when you’re always afraid

Step out of line, the man come and take you away

Abbiamo compreso che “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto” – parole del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani – e che l’unica legge universale in vigore all’interno del neonato assetto internazionale si possa riassumere in tre versi, strappati – per rimanere in tema musicale – al brano “Optimistc” dei Radiohead:

The big fish eat the little one

The big fish eat the little ones

Not my problem, give me some

Nell’ultimo anno, insomma, ci sono state impartite delle semplici regole per il buon vivere comune:

il presidente degli Stati Uniti è autorizzato, in quanto tale, a minacciare – in stampatello maiuscolo, con un post sui social – di riportare un’intera popolazione, quella iraniana, all’età della pietra, “dove devono stare”, o mettere in guardia il Pontefice tramite una simpatica foto realizzata con l’intelligenza artificiale;

criticare le politiche di una nazione, fieramente intenzionata a ripulire la Striscia di Gaza dalla feccia, il popolo palestinese, equivale a discriminare i suoi cittadini e commettere un reato;

è assolutamente vietato fermarsi, ragionare e concepire un’abominevole ed ingiuriosa ipotesi: non è che forse abbiamo superato il limite?

Non in quanto detentori di una verità assoluta, o perché gli unici ad avere a cuore la specie umana, ma perché spaventati dalla direzione intrapresa.

We better stop

Hey, what’s that sound?

Everybody look what’s going down

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