di Sofia Liverani, III F
In seguito alla raccolta di dati tramite un sondaggio condotto lo scorso ottobre sia nella nostra scuola sia in una scuola svedese, abbiamo raccolto le opinioni degli studenti sul loro benessere e abbiamo confrontato i risultati: subito saltano all’occhio differenze assai significative tra i due Paesi.
Per cominciare, abbiamo chiesto quale sembrasse essere uno dei problemi principali nelle scuole italiane: i voti. Il 56,8% degli studenti italiani intervistati ha infatti affermato che il sistema di valutazione è obsoleto e dovrebbe quasi certamente essere modificato, mentre solo il 18,2% ritiene che funzioni bene; d’altra parte, il sistema di valutazione svedese è, secondo il 75% degli intervistati, senz’altro adeguato. Gli studenti italiani hanno difficoltà nel giudicare se il loro sistema educativo sia meritocratico o meno – solo il 2,3% di loro afferma con rammarico che lo è, e il 9,1% che non lo è – mentre tra gli svedesi un solido 75% si dichiara nuovamente positivo. Una delle ragioni di questa discrepanza è probabilmente che in Italia la scala di valutazione va da 0 a 10, dove dal 5 allo 0 è considerato un voto insufficiente, mentre in Svezia gli insegnanti valutano i compiti con una scala a sei livelli da A a F, dove soltanto la F rappresenta un’insufficienza.
Per quanto riguarda il corpo docente, l’esperienza degli studenti italiani è eterogenea, forse perché quella schiera di insegnanti della vecchia scuola si sta lentamente ritirando per lasciare spazio alla nuova generazione; ciò fa sì che circa il 50% degli studenti non abbia preso posizione, mentre il resto si sia distribuito intorno ai due estremi, propendendo maggiormente per l’esperienza di avere a che fare con insegnanti severi e con cui è difficile dialogare. Ancora una volta, l’esperienza scolastica svedese è molto più serena: quasi l’80% degli studenti ha dichiarato che i propri insegnanti sono assolutamente aperti al dibattito, e il resto era comunque soddisfatto del loro comportamento; il 91,7% degli studenti svedesi che abbiamo intervistato ha dichiarato di non avere affatto paura dei propri insegnanti. Una studentessa svedese venuta a Roma con il progetto Erasmus+ ha dichiarato in un’intervista pubblicata in precedenza sullo stesso “Le idi di…” di aver “sentito studenti [italiani] parlare con e dei propri insegnanti come se ne fossero terrorizzati”, notando “una grande distanza qui [in Italia], mentre i nostri insegnanti sono praticamente i nostri migliori amici: li chiamiamo per nome e senza alcun titolo”.
Un’altra differenza importante che abbiamo osservato tra le due scuole europee riguarda il modo in cui gli studenti descrivono l’ambiente scolastico: il 45,5% degli studenti italiani ha valutato l’ambiente della propria scuola con un punteggio indicativo di 3 su 5, mentre il resto si è diviso equamente e non ha mai assegnato valutazioni estreme; al contrario, il 66,7% degli studenti svedesi ha valutato il proprio ambiente con un punteggio di 5 su 5, e nessuno ha dato un voto pari o inferiore al 2. L’intervista citata in precedenza suggerisce che parte del motivo risiede nella recente costruzione dei rispettivi edifici: «la nostra scuola ha un design molto pulito ed è piuttosto moderna, ha meno di 30 anni», ha dichiarato lo studente svedese, «ma la vostra ha aule molto grandi, soffitti molto alti e così via, ma capisco che sia molto più vecchia».
Una situazione simile a quella sopra descritta si osserva riguardo alle condizioni dei servizi igienici, con il 95,8% degli studenti svedesi che assegna loro un punteggio pari o superiore a 4, mentre il 93,2% dei nostri studenti li valuta con un 2 o meno. Tuttavia, la qualità rispettabile dei nostri laboratori e delle palestre e l’ampio spazio dell’edificio sono abbastanza riconosciuti: il 25% ritiene che le strutture scolastiche siano nel complesso sufficientemente soddisfacenti.
È risultata sorprendente la discrepanza tra le nostre abitudini quotidiane e quelle degli scandinavi: mentre i nostri studenti hanno orari di sonno molto variabili, con la maggioranza (52,3%) che dichiara di riposare tra le 5 e le 6 ore a notte, il resto oscilla tra le 6-7 ore a notte (30%) e meno di 4 (quasi il 10%) – il 58,3% degli svedesi intervistati può tranquillamente affermare di riposare tra le 7 e le 8 ore a notte, e il 37,5% rimane comunque intorno alle 6-7 ore; il 4,2% di loro riesce addirittura a raggiungere le 9 ore. Inutile dire che i nostri numeri, specialmente se confrontati con i loro, sono preoccupanti. La differenza più scioccante tra le nostre risposte e le loro è stata, però, quella alla domanda: “quante ore studi al giorno, in media?”. Il 75% degli studenti italiani ha dichiarato di studiare da 4 a 6 ore al giorno, e il 18,1% addirittura più di 7 al giorno. Queste risposte, provenienti da un liceo classico, potrebbero non sorprenderci, ma suonano estremamente preoccupanti se confrontate con i dati svedesi, che ci dicono che un perfetto 100% dei loro studenti dedica meno di 3 ore al giorno allo studio. Questo spiega perché il 75% di loro riesce a partecipare ad attività ricreative fuori dalla scuola tre volte alla settimana – mentre il 16,7% lo fa due volte alla settimana – contro il 35% degli studenti italiani che non ci riesce affatto – sebbene il 38,6% trovi il tempo per attività pomeridiane extrascolastiche.
Le risposte relative allo stress e alla percezione di sé sono state contrastanti in entrambi i paesi, ma possiamo sicuramente affermare che in Italia la situazione è peggiore: il 31,8% degli intervistati ha dichiarato che lo stress legato alla scuola ha influenzato fortemente il proprio rapporto con il cibo e con il proprio corpo, mentre in Svezia la percentuale non supera il 16,6%.
Inutile dire che c’è margine di miglioramento in entrambe le scuole europee; alcune delle soluzioni che abbiamo proposto nel sondaggio, tra cui l’introduzione di una seconda pausa, sarebbero ben accolte da entrambe le parti (91% in Italia, 37,5% in Svezia, con il 45% che non prende posizione). Ciò che emerge dai dati italiani è che gli studenti si sentono oppressi dal carico di studio che la scuola richiede loro, dall’ambiente poco curato in cui lavorano e dal contesto sociale in cui vivono, con, ovviamente, il grande stress che ne deriva.