di Anna Appolloni e Costanza Lulli, I G

Le Vele ti costringono a guardare; anche volendo, è impossibile ignorarle. Accanto a quella gialla campeggia una scritta in vernice verde: «Voglio una vita, ma prima una casa».

Di Scampia conosciamo prima i racconti e le etichette; solo dopo, forse, la realtà. Se ci fermiamo davvero, se smettiamo di cercare soltanto ciò che ci hanno descritto, iniziamo a notare altro: la cura dei piccoli dettagli, la forza delle scritte sui muri e l’ostinazione dei fiori nel crescere su quei balconi di cemento rovinato. Per decenni il nome di Scampia è stato infatti masticato dalla cronaca come sinonimo di degrado e paura. Le Vele, nate negli anni Settanta come progetto di edilizia innovativa, si sono trasformate nel simbolo dell’abbandono. Quel sogno urbano si è infranto contro l’assenza dello Stato e contro un sistema che ha lasciato spazio alla criminalità.

Eppure oggi, mentre alcune Vele vengono abbattute e altre restano a testimoniare il passato, Scampia si è trasformata. Accanto alle ferite sono cresciute realtà che cercano riscatto, come associazioni, centri educativi e scuole che ogni giorno offrono un’alternativa. Siamo andati lì per festeggiare un traguardo importante: i diciotto anni di un luogo che qui non è soltanto un edificio scolastico, ma anche una promessa. Si chiama Casa Arcobaleno: “casa” perché quando varchi la soglia ti senti parte di una famiglia. Abbiamo ascoltato i bambini del coro Mille Colori cantare la loro canzone, “A Speranza”, che parla di futuro e possibilità. Le loro voci riempiono le stanze e, in quei canti, c’è la prova che anche dove tutto sembra già scritto, qualcosa può ancora cambiare.

Dopo aver lasciato alle spalle i colori della scuola, ci spostiamo di poco verso il campo rom, preannunciato da una scia di rifiuti di ogni genere. Una periferia fisica ed esistenziale. Oltrepassiamo questo muro di squallore alla ricerca di vita nelle baracche sotto al cavalcavia. Jasmin sistema la casa mentre i figli ci raccontano le loro vite e quelle delle loro amiche costrette al matrimonio a quindici anni. Poi di nuovo prende la parola lei, ripercorrendo il viaggio dalla Serbia e i sacrifici affrontati per offrire ai figli un futuro diverso. “Non tutti i rom sono cattivi”, dicono. Pronunciare questa frase significa ammettere che troppe volte hanno dovuto sentirsi dire il contrario. Significa vivere con uno stereotipo cucito addosso. Poi arriva la figlia più piccola Giusy con il suo vestito di carnevale. Sorride e gira su se stessa per mostrarlo meglio. Va a scuola, studia e sogna. Nel suo sorriso non c’è traccia dell’immagine di marginalità che troppo spesso viene cucita addosso a questo quartiere.

Camminando tra quelle stanze e tra quelle strade nasce una domanda: quante cose diamo per scontate? Una casa in muratura, una scuola, i nostri diritti. Noi siamo nati con queste certezze tra le mani, senza aver fatto nulla per meritarle. Loro no. La differenza non sta nell’impegno né nella forza di volontà, sta tutta nel punto di partenza, in quelle coordinate geografiche e sociali che decidono prima ancora della nostra nascita se la nostra strada sarà in discesa o in salita.

Scampia non chiede pietà: ha bisogno di attenzione, di presenza e di sostegno, perché dietro il cemento e le etichette ci sono persone che credono in una vita diversa. Le loro storie e i loro sorrisi, per non spegnersi, hanno bisogno di essere raccontati e conosciuti, non solo a Napoli, ma ovunque.

È facile voltarsi dall’altra parte. Più difficile è fermarsi davanti alle Vele e chiedersi se ciò che vediamo sia davvero tutto. Se non fossero solo il simbolo di un fallimento, ma anche il punto da cui ripartire? Se dietro quelle strutture che sembrano chiudere lo sguardo non ci fosse un abisso, ma una parte di umanità che abbiamo smesso di voler vedere?

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