di Ginevra Poerio, IV H

C’è una bambina che ogni giorno cammina nel cimitero.

Si muove velocemente nella distesa infinita di tombe e, vestita di nero, sussurra parole alle lapidi e accarezza il terreno sotto di esse.

Sta lì tutto il giorno e la notte dorme sopra un grande sarcofago con il nome cancellato dal tempo, proprio ai piedi di una statua che raffigura un angelo.

Perché lo faccia è un mistero per molti.

Insieme alla bambina, il custode è un’altra presenza permanente nel cimitero.

Rimane lì tutto il giorno anche lui, solo che resta nella guardiola per la maggior parte del tempo e la notte torna alla sua piccola dimora.

Ha scelto di fare questo lavoro perché stare fuori tutto il giorno lo risparmia dalla vista della sua abitazione vuota e silenziosa dopo la morte della moglie e della loro unica figlia.

Preferisce scorgere in ogni momento la loro presenza nel cimitero piuttosto che avvertire la loro assenza in casa.

Anche questa affermazione è un mistero per molti.

La bambina e il custode non si sono mai parlati davvero.

Si limitano ad osservarsi in silenzio.

L’unica volta in cui hanno sentito l’una la voce dell’altro è stato il giorno del loro primo incontro.

Lui aveva provato a mandarla via in tutti i modi.

Cosa fai? Le aveva chiesto. Conoscevi queste persone?

No. Aveva risposto la bambina continuando a guardare la lapide a cui stava parlando. Dico loro solo addio.

A che scopo? Aveva domandato lui. Non ha senso dire addio a chi non si è mai conosciuto.

Senza parole d’amore non possono andarsene. Aveva detto lei e si era allontanata verso un’altra tomba.

Il custode, sebbene avesse altre mille domande, aveva lasciato in pace la bambina, vedendo nei suoi occhi una convinzione che non aveva mai visto in nessun altro.

Condividendo le loro giornate solitarie, giorno dopo giorno, i due hanno imparato a conoscersi, anche senza parlarsi.

Potrebbero raccontarsi tutto.

La bambina potrebbe parlargli di tutte le anime che, ogni giorno, risalgono dalle loro fredde bare e, illuminate dalla luce del sole, le raccontano chi sono state oppure le chiedono semplicemente una parola di vero affetto, in modo da poter volare via spinte da esse.

Oppure, potrebbe dirgli quanto ami tutte quelle anime e che proprio questo attaccamento l’aveva spinta ad andarsene via dalla sua casa in cerca di spiriti da guarire e che potessero guarirla a loro volta.

E il custode, invece, potrebbe raccontarle della dolcezza e della profondità di sua moglie e di tutte le loro serate trascorse insieme a parlare, a ballare o semplicemente a sognare di creare una famiglia insieme.

Oppure potrebbe parlare del sorriso luminoso e dei capelli biondi di sua figlia o della sua voce, acuta come quella di un bambino ma allo stesso tempo così seria, tanto che, molte volte, gli sembrava impossibile che provenisse da un essere umano di appena sette anni.

Avrebbe potuto dirle che, per certi aspetti, gliela ricordava molto.

Tuttavia, convivono in silenzio con gli sguardi come unico cannocchiale sulla vita dell’altro.

Il tempo passa, la bambina diventa una giovane donna e il custode diventa un vecchio.

Lei vive ancora nel cimitero e parla ancora con i defunti.

Lui cerca di andare avanti come può, ma un giorno decide di andarsene.

Lascia il cimitero in silenzio, senza salutare colei che sarebbe potuta diventare la sua più grande confidente.

Quando la giovane donna si sveglia, quella mattina di aprile, vede un altro uomo sedere alla guardiola e capisce che è finita.

Cerca di salutare tutte le anime che aspettano ancora un addio ma, presto, persone dall’aria minacciosa invadono il cimitero e la portano via.

Lei, abbandonata da tutti, si dimena e cerca di fuggire ma è tutto inutile.

Piange per tutto il tragitto in macchina e piange quando la portano nella casa dove hanno deciso che dovrà abitare.

Pensa a tutte quelle anime che adesso sono sole davvero, proprio come lei.

Il suo corpo non regge il peso della separazione e, dopo poche ore, la giovane donna muore per colpa del cuore che si è spezzato.

Viene sepolta in quel cimitero; con un funerale senza corteo.

La sua tomba è piccola, senza fiori ed ha soltanto il suo nome inciso sopra.

La giovane donna, ora, è sempre triste.

Le altre anime la guardano con malinconia mentre è seduta con la schiena appoggiata alla lapide e lo sguardo rivolto a terra.

Adesso, anche lei attende qualcuno che le dica addio, qualcuno disposto a darle parole d’amore.

Però trascorrono i giorni e nessuno arriva.

Nel momento in cui sta per tornare sottoterra, rassegnata, il vecchio custode attraversa il cancello.

Si guarda intorno con un’aria disperata e quando posa con gli occhi sulla tomba della giovane donna sembra che i loro sguardi si incrocino di nuovo.

Ovviamente è solo un’impressione, lui non può vederla.

Tuttavia, si inginocchia davanti alla lapide e accarezza il terreno sotto di essa, esattamente come faceva lei e inizia a parlare.

Le racconta tutta la sua vita e parla per ore ed ore, a volte ridendo ed altre volte piangendo.

La ringrazia per non averlo fatto sentire solo e si scusa per non aver fatto altrettanto.

Le dice che ora capisce a fondo cosa la portasse a fare ciò che faceva.

Sceglie le parole più belle che è capace di trovare e le dà il suo addio sperando che possa portarla più in alto di tutte le stelle.

Poi si alza e lanciando un ultimo sguardo alla tomba va via.

La giovane donna ora sorride e sente il vento che la solleva e che la fa volare oltre le nuvole, oltre il cielo, oltre tutto finché non le si presenta una luce bianca davanti agli occhi.

Allora, la giovane donna non riesce a provare altro che un sentimento di pace.

La luce la inghiotte e quelle ultime parole tra lei e il vecchio custode la circondano accompagnandola nel passaggio, rendendolo quasi familiare, come solo l’addio di chi ti amato davvero può fare.

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