di Alberto Marzio Calabresi, II G
Più di sedicimila sono le persone uccise dal regime in Iran per sedare le proteste e sembra che il numero sia destinato a crescere ulteriormente nei prossimi giorni. Il governo ha cercato di stroncare le rivolte il prima possibile per evitare che si espandessero nel resto del paese, ma senza successo, perché dopo solo alcuni giorni le rivolte si sono espanse a macchia d’olio in tutte le trentuno province del paese. Il governo ha inoltre chiuso scuole, bazar e banche, oltre ad aver staccato internet. Qualcuno lo ha definito “un genocidio coperto dal buio digitale” (Sole 24 ore). Una repressione talmente forte non c’era mai stata da parte del regime degli ayatollah, nonostante le tante proteste che si sono svolte dalla loro presa al potere dal 1979.
Ma quali sono le motivazioni principali che hanno spinto persone da tutto il paese a scendere in piazza? Bisogna distinguere tra le cause immediate e quelle profonde.
Tra le cause immediate c’è la crisi economica: l’inflazione è oltre il 42%. Dal 2025 il rial, valuta nazionale, è molto variabile e ha perso il 40% del suo valore, per poi perdere ulteriormente negli ultimi mesi; il prezzo di beni di prima necessità come il cibo è più che raddoppiato; questo ha reso difficile, quasi impossibile, condurre la vita, non solo per le classi più basse, ma anche per i commercianti nei bazar e in generale per la classe media.
Questa crisi economica è stata causata principalmente dallo Snap back dell’ONU. Nel 2015 si era arrivati a un accordo con l’Iran riguardo la questione nucleare e grazie a questo le sanzioni internazionali erano state tolte, ma nel 2025 alcuni Paesi occidentali hanno criticato il paese per il mancato rispetto degli accordi e, visto che non si è riusciti ad arrivare ad un nuovo accordo, le Nazioni Unite a settembre hanno imposto di nuovo le sanzioni internazionali, appunto con lo Snap Back, congelando anche asset iraniani all’estero. Hanno aggravato la situazione anche agli attacchi US e israeliani contro infrastrutture legate al programma nucleare di Teheran verso giugno.
Sicuramente il 2025 è stato un anno incandescente per l’Iran e il malcontento della popolazione è anche scandito dalla corruzione e dall’inefficienza del regime, che persistono da decenni come si può notare osservando ad esempio i blackout energetici in diverse zone, in un Paese che è secondo al mondo per riserve di gas, o la carenza di acqua potabile. Per non parlare poi della censura e delle dure regole sociali per quanto riguarda la vita dei singoli cittadini, e la scarsa libertà di cui possono usufruire le donne. Proprio la morte di Mahsa Amini, una giovane arrestata nel 2022 dalla polizia per non aver indossato correttamente il velo e deceduta in carcere tre giorni dopo in circostanze sospette, aveva suscitato un’ondata di indignazione e proteste, determinando la nascita del movimento “Donna, vita, liberta”. Inoltre l’Iran è un paese multietnico con solo il 60% di persiani e il resto composto da altre etnie come azeri, ma soprattutto curdi che rivendicano la loro indipendenza: infatti il regime è sempre stato più duro nel reprimere le rivolte nella zona curda.
Altra causa profonda di malcontento nel Paese è la politica estera perseguita dagli ayatollah: infatti molti manifestanti gridano “prima gli iraniani”, lamentandosi che il governo abbia più a cuore il supporto a Houti, Hamas e Hezbollah che i suoi cittadini.
Trump aveva annunciato che avrebbe reagito organizzando un attacco, salvo poi ripensarci. Ha comunque annunciato dazi al 25% per Paesi che continuano a commerciare con Teheran.
Il regime sta vivendo quindi un momento drammatico e, secondo il Moscow Times, starebbero già trasferendo l’oro in Russia in preparazione di una fuga dal Paese. Molti manifestanti infatti non vogliono solo più riforme, ma proprio un cambio del regime. Alcuni si sono pronunciati a favore di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo re cacciato dall’Iran dopo la rivoluzione del 1979; Reza Pahlavi è anche supportato fortemente da Israele da cui ha ricevuto dei fondi, anche per questo però molti non lo vedono di buon occhio, temendo che con lui il paese possa sprofondare sotto l’influenza occidentale un’ennesima volta. A parte lui però non ci sono al momento altri leader rilevanti che possano prendere il potere dopo un’eventuale caduta del regime data l’eterogeneità dei manifestanti.