di Bianca Mungari, III D
Da circa una settimana non sento altro, non leggo altro, non si parla d’altro.
Vengono accostati due termini da me mai nemmeno lontanamente immaginati come assimilabili: “liceo Giulio Cesare” – un luogo speciale che profuma di casa, tra le cui mura aleggia ovunque la cultura umanistica, che con dedizione e passione viene ogni giorno condivisa – e “stupro”, uno tra i termini più squallidi del nostro vocabolario, la cui etimologia racchiude insieme violenza e sofferenza.
È proprio questa seconda accezione che, alla luce dei fatti accaduti, più mi ha spinto a riflettere, in quanto sia appartenente al genere femminile sia parte di questa scuola.
Il fatto, a mio avviso, non dovrebbe essere “semplicemente” catalogato come una forma ignobile di violenza verbale, né come una dimostrazione della persistenza di una cultura patriarcale che da tempo ammorba il nostro Paese, ma anche, e soprattutto, come un deplorevole atto di diffamazione, che infanga il nome delle vittime.
E per vittime intendo non solo i nomi sono stati scritti sulla parete, ma ogni studente e studentessa del Giulio Cesare, che ha il diritto e il dovere di esercitare un ruolo attivo nel rispetto e nella tutela della comunità, al pari del πολίτης nella πόλις, e pure il buon nome della scuola stessa: in quanto liceale del “Giulio”, infatti, da una settimana mi trovo a spiegare spesso agli amici, anche i più lontani, quale sia il vero ambiente che del nostro “Giulio”, ben diverso da quello che viene dipinto dai media.
È questo che non mi va giù: che il “Giulio” venga conosciuto attraverso una immagine distorta, che non lo rappresenta, che non lascia vedere tutto l’impegno dei nostri docenti e l’amore di noi studenti.
“Indignatio” è il termine che più racchiude la sensazione che provo: indignazione, in quanto amica di alcune delle ragazze offese; sdegno, in quanto parte di una comunità, la cui casa è stata invasa dalla violenza e dalla sopraffazione; e infine rabbia, in quanto studentessa di un istituto ferito.
Sì, soffro per il Giulio, che per me e per molti studenti è più di una semplice scuola e che invece i “rumores” dell’opinione pubblica descrivono come un luogo di violenza, offuscando — con improprie etichette — il valore della comunità di studenti e docenti che, vi assicuro, ogni giorno lavorano per costruire una barriera culturale proprio contro ogni tipo di violenza.
Mi pare che l’attenzione dei media, più che rivolta al fatto in sé, punti a sottolineare che quanto accaduto è avvenuto proprio al Liceo “Giulio Cesare”. Ma il mio liceo non è il “protagonista” di un simile disgustoso episodio: è un luogo che, come altri, non è immune dal pericolo della violenza verbale.
Nessuno dice che il “Giulio” ha già attivato — aggiungerei anche più di altri istituti — gli “anticorpi” per espellere il “virus” della violenza – da ultimo il flash-mob del 25 novembre scorso, organizzato dagli studenti per opporsi a ogni forma di violenza di genere – attraverso i numerosi dibattiti, incontri culturali e percorsi di approfondimento promossi dalla Dirigente e dai docenti – ricordo quelli più recenti, come Pietro Orlandi o Marco Travaglio, e molti altri negli anni precedenti). Tutti al Giulio ci impegniamo costantemente per costruire un ambiente coeso, sano e impostato sul confronto, sulla dialettica e sulla παρρησία.
Invito tutti a non fermarsi solo a guardare: provate a scrutare; non fermatevi solo a sentire, ma provate ad ascoltare: il “Giulio Cesare” è prima di tutto una bella comunità studentesca, in cui ciascuno di noi si sente parte di un corpo in crescita e formazione, che possiede gli “anticorpi” per debellare il “virus” della violenza che, nel corso della vita, ciascuno di noi può trovarsi ad affrontare, ovunque.