di Samuele Moscetta, I E
Nel 2026, negli Stati Uniti d’America, la terra delle opportunità e dei blue jeans, un agente privo delle qualificazioni necessarie può bussare alla tua porta, esibire lo stemma dell’Immigration and Customs Enforcement e ammanettarti:
«Sospettiamo che tu sia un migrante irregolare».
Verrai portato in centrale, e con ogni probabilità non ti concederanno la famosa chiamata all’avvocato. Non avevi alcun precedente penale? Non disponevano del mandato di arresto? Lo spiegherai al giudice, sempre – ovviamente – che tu non venga rispedito al tuo paese senza neanche un’udienza, senza nemmeno passare dal VIA e ricevere i 200$. Nel 2026, negli Stati Uniti d’America, la terra della libertà e del rock and roll, un agente privo delle qualificazioni necessarie può fermare la tua auto, esibire lo stemma dell’Immigration and Customs Enforcement e ammanettarti:
«Sospettiamo che tu sia un migrante irregolare».
Se ti rifiuti di scendere dalla vettura, l’uomo è autorizzato ad aprire il fuoco. Per legittima difesa.
Quando senti alla televisione della sofferenza del popolo palestinese, ora messo in ginocchio dal gelo e dalla pioggia invernali, con un conflitto fantasma che infuria nonostante gli accordi di pace; quando leggi sul giornale che in Iran oltre trentamila persone sono state giustiziate, perché colpevoli di aver espresso il proprio dissenso, aderendo a manifestazioni pacifiche; quando vieni a sapere che ancora oggi, in Siria, scorrono fiumi di sangue per l’autonomia curda, qualcosa – inevitabilmente – si muove dentro di te. Eppure, l’indiscutibile distanza socioculturale e l’incapacità d’immedesimazione tipica dell’essere umano ovattano il dolore e le grida, schermate dal contesto privilegiato in cui ti trovi. Ora, con gli Stati Uniti d’America – a lungo il modello della tua nazione e della tua società – lacerati nel midollo dalla violenza di un dipartimento federale, l’ICE, che uccide con la bandiera stampata sulla divisa, dovresti essere in grado di provare compassione per i cittadini di quel microcosmo di cui leggi i fumetti, guardi i film, ascolti la musica, indossi i vestiti.
Con l’avvento del nuovo anno solare tutti abbiamo appreso cosa sia l’ormai celeberrimo ICE o, quantomeno, in cosa il dipartimento sia stato tramutato sotto il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca. L’organo federale, infatti, istituito nel 2003 come branca del Department of Homeland Security, ha subito un costoso e tangibile processo metamorfico dall’insediamento del politico newyorkese, che lo ha reso l’agenzia federale più finanziata della storia americana e ne ha mutato profondamente le politiche di assunzione e i dibattuti metodi di intervento. L’ICE, avrete intuito, gioca infatti un ruolo centrale nella linea politica vigente a Washington, ma non costituisce assolutamente una soluzione effettiva al problema dei flussi migratori irregolari, una delle identity politics chiave per la sfera repubblicana. Il dipartimento opera,
piuttosto, come un gigantesco macchinario propagandistico, che cerca in modo evidente la spettacolarizzazione della violenza per attirare consenso e mostrare la prontezza ed il successo delle operazioni.
Gli arresti hollywoodiani, dunque, per quanto utili al processo di centralizzazione voluto da Trump (le forze statali sono scavalcate da un organo federale) e come dimostrazione di forza ai governatori e sindaci democratici, sono centrali nel consolidare l’approvazione in vista delle mid turn, facendo leva sul percepito dei cittadini sulla sicurezza interna. Le milizie, munite di passamontagna e armate fino ai denti, che fanno irruzione nelle lavanderie, nei magazzini, nelle segherie o nelle abitazioni – sottolinea John Sandweg, il direttore dell’agenzia sotto Obama – non avrebbero alcuna utilità qualora l’obiettivo fosse davvero quello di catturare i criminali giunti illegalmente sul suolo americano; il pattugliamento in massa e l’esibizione di una brutalità inquietante ed ingiustificata sono invece testimonianza del decadimento dell’istituzione, non più volta all’espulsione dei criminali migrati negli States, ma al dimostrare l’impegno dell’attuale amministrazione nel ripulire le strade dagli elementi indesiderati.
Il sottotesto è evidente, neanche velato. Traspare nelle parole di Trump, che rimette in ballo la famigerata retorica dell’invasione dall’interno e della minaccia incombente, già perno della riunione militare tenutasi a Quantico lo scorso novembre e ora al centro dell’intera campagna di arruolamento del dipartimento: The enemies are at the gates si legge sulle locandine, con tanto di raffigurazione dei “cavalieri dal cuore puro pronti a combattere il male”. I nazisti, quasi un secolo fa, disegnavano cavalieri dal drappo bianco e inneggiavano alla “Grande Crociata”…
L’ignoranza diviene pilastro di una narrazione subdola e tagliente, che fa leva sul sentore comune di essere minacciati da una forza pericolosa e onnipresente, sulla necessità collettiva dell’identificare un “noi” e un “loro” ben distinti e definiti. La stessa ignoranza, poi, è ben accetta perfino all’interno del dipartimento: abbassando i requisiti, lo standard delle assunzioni, permette di sguinzagliare agenti istintivi, pronti a reagire con la forza e invincibili dietro al passamontagna, con la bandiera americana stampata sulla spallina. Le minacce, i pestaggi, le vittime innocenti si spiegano anche così: per la spietata crudeltà di chi ha abilmente intrapreso la strada dell’intolleranza, condannando quella dell’inclusione, la “cultura del più debole”, sfruttando il percepito e non i fatti; le lamentele, l’ignoranza, la cecità delle genti, tristemente divise tra chi ha scelto di difendere la democrazia, la propria sovranità, e chi – al contrario – batte le mani perché dalla parte giusta del manganello. D’altronde, perfino in Star Wars, la Repubblica cade sotto gli scrosci di applausi.