di Camilla Caruso, I L
Prima di mettere nero su bianco i miei pensieri riguardo l’argomento che ogni giorno viene riaperto come una ferita che mai si cicatrizzerà in noi donne, ho atteso. Ho atteso che passasse qualche tempo dallo straziante episodio della cosiddetta “lista stupri”, ho atteso per rendermi conto di quanto in realtà, oggi, tutto ci scorre addosso, tutto scivola e tutto passa, persino l’omicidio di ragazze e donne innocenti che a causa del loro marito o del loro compagno non hanno avuto l’occasione di vivere la vita che gli si prospettava davanti.
Definirei quasi incredibile il modo che ha la nostra società di occultare un episodio di questo genere, un episodio che dovrebbe essere riportato nelle menti di tutti noi ogni giorno, un episodio che dovrebbe essere isolato nella nostra storia, ma che purtroppo si affianca a tutti gli altri, formando così una serie di eventi tragici e terrificanti che ci stanno abituando a una normalità. Come potrei mai definire normale l’avere il timore di uscire di casa vestita in un determinato modo piuttosto che in un altro? Come potrei abituarmi ai commenti che si sentono per strada anche alla luce del giorno o abituarmi al tirare via una mia amica che in autobus si sente toccata da uomini che talvolta contano persino il triplo della nostra giovane età. Parlo dei nostri sedici anni come un’età “giovane” che però, disgraziatamente, ha vissuto numerosi momenti che ci hanno fatto maturare prima del dovuto.
Trovo ingiusto che il peso della paura, del sospetto e della prudenza continui a gravare solo sulle spalle
delle donne e di coloro che non si identificano nel proprio genere: come se la libertà fosse una concessione e non un diritto. Trovo inoltre ingiusto che, nel 2026, il sessismo non sia una memoria del
passato ma una presenza quotidiana, insinuante, capace di manifestarsi tanto nei gesti quanto nelle parole, nei silenzi e nelle complicità collettive di gruppi di ragazzi che si accordano fra loro per compiere atti spregevoli nei confronti di loro conoscenti o persino di loro amiche. Episodi del genere non hanno un’eccezionalità, bensì si insinuano nella nostra quotidianità prendendo così familiarità con la nostra, ormai definibile, inquietante normalità.
Il liceo che frequento, il Giulio Cesare di Roma, è attualmente coinvolto in dibattiti a proposito di argomenti assai delicati quali il sessismo e la violenza sulle donne. Ciò a causa di una vicenda che ha suscitato profonda indignazione nei cuori di noi studentesse ed ha acceso una riflessione collettiva sul
clima culturale presente in alcuni contesti scolastici. Sfortunatamente non tutti i professori ci hanno
permesso di parlare di ciò che è accaduto, eccetto due professoresse: ascoltare i pareri dei miei compagni di classe, più che quelli delle mie compagne, mi ha aiutata a rendermi più chiara qual era la realtà dei fatti: non tutti i ragazzi si rendono conto di quanto effettivamente pesino due parole forti come “lista stupri” affiancate ai nomi di otto ragazze ed un ragazzo, vergati in rosso sul muro di un bagno maschile.
La lista è stata scoperta il 27 novembre ed è stata seguita da una seconda, che riportava i nomi di due
docenti, emersa il 18 dicembre dello stesso anno, il 2025, anno che, come racconta la cronaca, di episodi tragici a discapito delle donne, ne ha vissuti. Solo nel primo trimestre del 2025 il numero verde anti-violenza 1522 (dedicato alla violenza contro le donne e allo stalking) ha ricevuto 14.011 chiamate di cui il 19,4% erano richieste di aiuto diretto, mentre il 75% delle chiamate non denunciavano la violenza subita alle forze dell’ordine. Questo conferma che la maggior parte delle donne vittime non arriva a fare una denuncia ufficiale, spesso per paura. Riportare questi dati ritengo possa essere utile a capire che l’episodio di cui il nostro liceo è stato protagonista non è l’unico e guardare solo ad esso sarebbe, ahimè, riduttivo. Il sessismo non nasce sui muri di una scuola: li attraversa. In Italia, più che in molti altri Paesi occidentali, esso assume spesso forme estreme e ripetute, come dimostrano i dati che ho riportato e come confermano cronache che con inquietante regolarità riportano casi di violenza contro le donne. Nel novembre 2023, l’uccisione di Giulia Cecchettin da parte dell’ex fidanzato ha scosso profondamente l’opinione pubblica: non solo per la brutalità dell’atto, ma poiché ha reso evidente quanto il possesso e il controllo siano ancora scambiati per amore.
In Italia di episodi sui generis se ne sono verificati di innumerevoli, ma sarebbe riduttivo confinare tale
episodio al nostro Paese. Informandomi sono venuta a conoscenza di diversi avvenimenti accaduti
altrove. Nel 2017, per esempio, negli Stati Uniti il movimento #MeToo ha portato alla luce abusi sistematici nei luoghi di lavoro (in particolare nel mondo cinematografico) e di potere, mostrando come
il silenzio imposto alle vittime fosse parte integrante della violenza stessa. In Iran secondo alcuni dati,
dal 2022 donne e ragazze hanno rischiato e talvolta perso la vita per rivendicare il diritto di scegliere
come vestirsi e come vivere. In India, le proteste seguite allo stupro di gruppo di Delhi del 2012 hanno
rivelato una piaga sociale tanto profonda quanto normalizzata. Ieri e persino oggi ho avuto la sfortuna
di udire al telegiornale che altre due ragazze sono state abusate e una di esse è stata ancora una volta
vittima dell’ennesimo femminicidio.
Queste sono solo alcune vicende che si sono verificate nel mondo ma pensiamo veramente che ce ne
siano state così poche? Siamo davvero convinti che nell’antichità tutto ciò non accadesse? Sono
domande su cui la società ci invita a riflettere spesso. Ritengo che ciò che distingue la nostra epoca
dalle precedenti sia innanzitutto l’informazione che è resa più fruibile dalla digitalizzazione della nostra
società: è eccezionale e allo stesso tempo spaventoso pensare che un fatto che si verifica in un pomeriggio qualsiasi può arrivare al mondo intero in pochi minuti. Inoltre, oggi non dovrebbe essere
possibile che si verifichino atteggiamenti da parte di un essere umano che vive nel XXI secolo basati
sull’idea che un sesso sia inferiore all’altro. Sentirsi dire dal proprio marito che in quanto donna sarei
dovuta rimanere a casa per badare alla famiglia e al focolare domestico, come fece Ettore nel VI libro dell’Iliade, guardando negli occhi la moglie Andromaca e spiegandole che “πόλεμος ἀνδράσι” cioè: la
guerra spetta agli uomini. Questo non è un discorso che deve essere tollerato: è stato accettato in
passato, ma non deve esserlo nel presente. Queste stesse mie opinioni sono emerse quando per la prima
volta lessi il celebre romanzo di Louisa May Alcott: Piccole donne. In questo scritto infatti, il sessismo
emerge attraverso le limitazioni sociali imposte alle donne, costrette a scegliere tra matrimonio e
dipendenza economica, con poche possibilità di realizzazione personale. Louisa May Alcott denuncia
queste disuguaglianze mostrando come le aspirazioni femminili vengano spesso considerate meno
rilevanti in confronto a quelle maschili, soprattutto nel lavoro e nell’istruzione. In particolare, il personaggio di Jo March rappresenta una critica evidente a tali pregiudizi, poiché rifiuta i ruoli tradizionali e rivendica il diritto delle donne all’indipendenza e all’autodeterminazione.
Sono certa che le donne di un tempo speravano in un futuro migliore per noi donne contemporanee, a
renderle fiere non sarà di certo la più grande invenzione mai creata o il riuscire ad andare su Marte, ma
sarà il momento in cui l’umanità capirà che noi tutti siamo identici. Noi tutti infatti, meritiamo di vivere
ugualmente, privi di ansie e paure derivanti dal sentirsi scrutate dagli occhi di qualcuno che potrebbe
volerci mettere le mani addosso senza il nostro consenso.
robabilmente la mia è solo un’illusione che un giorno tutto ciò possa essere solo un lontano ricordo
poiché fin quando vigerà l’idea che il corpo femminile sia uno spazio su cui esercitare controllo, niente
potrà mutare. Questo pensiero si perpetua nel tempo senza clamore, attraverso una tolleranza diffusa,
una minimizzazione di tutto ciò che di sbagliato ci circonda. Battute, allusioni, classificazioni, “liste”
non sono e non potranno mai essere innocue, poiché la violenza verbale è la più pericolosa in quanto
“prepara il terreno”, se così si può dire, a rendere pensabile ciò che poi diventa agibile. La comparsa
della lista stupri nasce precisamente da questa cultura della banalizzazione e superficialità, da un
immaginario che non ha ancora imparato a riconoscere i limiti.
A questo punto la domanda non è se sia possibile educare al rispetto, ma se si abbia il coraggio di farlo
davvero. Educare al rispetto non vuol dire imporre regole dall’alto né moltiplicare divieti: significa per
esempio insegnare a pensare, smascherare i meccanismi del dominio e interrogare il linguaggio.
Significa, soprattutto accettare che il cambiamento richiede tempo, conflitto e responsabilità condivisa.
La scuola, in quanto luogo di formazione della coscienza critica, deve prendersi carico di questo
compito. Non basta cancellare una scritta da un muro: occorre interrogarsi su ciò che l’ha resa possibile
e compiere un percorso per individuarne i disagi sottostanti e affrontarli. Solo se episodi come quello
che ha colpito il mio liceo diventeranno occasione di riflessione autentica e non un semplice scandalo
passeggero, si potrà sperare in un cambiamento reale. Ritengo quindi che una società che non educa al
rispetto sia una società che prepara, lentamente ma inesorabilmente, la propria violenza.