di Samuele Moscetta, I E
Sono le due del mattino a Caracas. La città dorme ancora. Il sole non è ancora sorto quando un boato rompe il silenzio: l’esercito americano è entrato nella Capitale. Gli elicotteri delle forze speciali atterrano accanto al palazzo presidenziale. Dalle fiancate dei velivoli scendono degli uomini in tuta mimetica, con un compito da portare a termine.
Tra poche ore Donald Trump pubblicherà una foto di Nicolas Maduro con una benda sugli occhi e una bottiglietta d’acqua in mano: biglietto di sola andata per New York City, la Grande Mela. Di lì a poco, tra gli scrosci di applausi o la pioggia di critiche, la storia contemporanea sarà cambiata per sempre.
Con lo “spettacolare” intervento del 3 gennaio scorso, «il migliore dalla fine della Seconda guerra mondiale» come Trump lo definirà, si conclude, a sorpresa, la complessa e stratificata operazione statunitense in Venezuela, liberato dal terribile regime dittatoriale comunista.
L’attacco a Caracas va inserito -ovviamente- in un quadro più ampio, anche per farsi un’opinione in merito. In effetti, il clima di tensione tra Washington e Caracas era noto a tutti e, forse, una rapida escalation era addirittura prevedibile. Lo Studio Ovale, infatti, aveva ribadito più volte la propria insofferenza nei confronti dell’ormai ex presidente Maduro, accusato di proteggere e trarre vantaggio dai cartelli della droga venezuelani, operativi anche negli States; alzando in primis la taglia sulla testa del dittatore, quindi approvando lo schieramento di truppe americane nel Mar dei Caraibi e a Porto Rico, Donald Trump aveva lanciato chiari messaggi di monito a Maduro. Il politico carachegno, tuttavia, sembrerebbe aver sottovalutato gli “avvertimenti” americani e – stando alle ricostruzioni del Times – sarebbe perfino arrivato a rifiutare l’esilio dorato in Turchia – offerta che, oggi, appare molto simile ad un ultimatum.
Alla luce di questa breve sintesi, la cattura di Maduro risulta già meno sorprendente; inquadrabile come l’ultimo tassello di uno scenario più ampio e complesso. Non per questo, tuttavia, le critiche sulle modalità, i pretesti e la legittimazione di un intervento militare di questa portata perdono di importanza: tralasciando le critiche mosse dalle delegazioni “amiche” del feroce regime dittatoriale che per anni ha flagellato la popolazione venezuelana, emergono nitide le perplessità sollevate dal sano dibattito pubblico.
Colpo di stato o liberazione di un popolo?
A seconda dell’orientamento politico, c’è chi ha criticato aspramente l’intervento approvato da Donald Trump, colpevole di aver commissionato un colpo di stato in piena regola, e chi – contrariamente – ha lodato l’operazione statunitense, che avrebbe liberato una popolazione intera dalla dittatura. Fondamentale, in questi casi, è l’analisi oggettiva dei fatti, che non può essere sporcata dal colore politico: analizziamo, dunque, i punti più criticati e quelli portati a favore della deposizione del presidente Maduro, e approfondiamo il contorno per chiarirci le idee.
Poniamoci le giuste domande e non lasciamoci spaventare dalla complessità del tema, finendo per abbracciare un’idea polarizzata; tentiamo, invece, di scomporlo per provare a modellare una nostra opinione a riguardo. Le domande come quella in grassetto stanno portando alla rovina le democrazie occidentali… proviamo ad evitarle.
Il Venezuela era un “narco-stato”?
Il grande pretesto di Trump per legittimare l’intervento delle forze speciali statunitensi ruota attorno a questa definizione. Sembra quindi doveroso comprenderne il significato: per “narco-stato” si intende un paese le cui istituzioni legittime sono completamente corrotte e minate dalle infiltrazioni dei cartelli della droga. Il termine era stato coniato per descrivere la Bolivia degli anni ’80, messa in ginocchio dal traffico di stupefacenti. Tornando all’oggi, e alla situazione del Venezuela, è importante sottolineare come tale definizione non convinca appieno l’ONU (comunque molto critica, in passato, del regime di Maduro). Tuttavia, è innegabile che il governo venezuelano fosse ampiamente indebolito dalle infiltrazioni dei cartelli che, grazie alla negligenza delle forze dell’ordine, sono dilagati in tutto il Paese.
Per completezza, in realtà, va sottolineato come il traffico di narcotici venezuelano operi in maniera molto differente da quella descritta dalla Casa Bianca: il Paese, infatti, funge da crocevia geografico per le principali rotte di cocaina prodotta in Messico e Perù, ma non si connota come uno stato che basa la propria stabilità sul proliferare delle associazioni di contrabbando.
Maduro era il presidente legittimo?
Maduro, al suo terzo mandato, non è riconosciuto come legittimo presidente del Venezuela da una lunga lista di delegazioni – quali l’UE e gli USA – essendo accusato di brogli elettorali a seguito delle discusse presidenziali del 2024, che lo avevano confermato alla guida del paese grazie al 51% dei voti, nonostante nelle preliminari apparisse in netto ritardo sull’opposizione, guidata da Edmundo Gonzalez.
Le prove a sostegno dell’accusa sono quasi impossibili da dimostrare, ma alcuni segnali molto chiari sembrano confermare i sospetti sulla legittimità delle elezioni: l’Unione Europea aveva richiesto una verifica indipendente dei risultati da parte di un ente riconosciuto ed imparziale, che non è stata concessa da Maduro, intransigente sulle richieste di trasparenza.
L’attacco degli USA viola il diritto internazionale?
Appare impossibile rispondere in maniera univoca, a causa dell’ovvia complessità del tema: il diritto internazionale è ricco di zone grigie; concede spazio interpretativo tale da impedirci di trovare una risposta secca al quesito. In realtà, gli Stati Uniti erano già stati accusati di aver oltrepassato i limiti del diritto affondando decine di imbarcazioni venezuelane nel Mar dei Caraibi perché “sospettate di trafficare stupefacenti”, ma anche in questo caso abbiamo faticato nell’esprimerci in maniera inequivocabile (vedi in questa rubrica “Gli Stati Uniti sono ancora democratici?”).
Tornando all’attacco del 3 gennaio, il nodo principale risiede nel tema della legittimità del terzo mandato di Maduro: se questo fosse stato riconosciuto, avremmo potuto identificare l’attacco statunitense come una chiara violazione della sovranità dello stato venezuelano; ma, come abbiamo visto, anche questo tema è dibattuto.
Trump ha approvato da solo l’intervento militare?
Possiamo affermare con certezza che Trump non ha né consultato, né avvisato il Congresso prima dell’attacco a Caracas, finendo al centro di aspre critiche all’interno del panorama politico statunitense. La decisione, invece, sarebbe stata approvata dal Ministro della guerra Pete Hegseth, dal Vicepresidente J.D. Vance e dal Segretario di Stato Marco Rubio.
Gli Stati Uniti governeranno il paese fino alle nuove elezioni?
Trump si è espresso molto chiaramente a riguardo, dichiarando che gli Stati Uniti gestiranno il paese verso una «transizione sicura, appropriata e giudiziosa». Washington, parallelamente, ha riconosciuto l’ex vicepresidente, Delcy Rodriguez, come governatrice ad interim, per preservare i rapporti con Caracas – nonostante la sua figura crei una continuità con il vecchio apparato chavista –. La governatrice eserciterà un controllo diretto sui settori di interesse strategico (come il petrolifero, per «evitare il collasso economico ed i flussi illeciti»).
Per questa ragione alcune testate internazionali definiscono l’asse Washington-Caracas come un “protettorato de facto”: gli Stati Uniti, infatti, detengono il potere di influenzare pesantemente le decisioni interne. Lo Studio Ovale giustifica la propria presenza sostenendo di aver avviato il suddetto processo di democratizzazione ma, in tal senso, la situazione creatasi a Caracas sembra alquanto congeniale agli USA: perché mantenere i volti del governo uscente, definito proprio da Trump come “narco-terrorista”, e rimandare le nuove elezioni (che per la costituzione dovrebbero essere indette dopo trenta giorni)? Perché non riconoscere Edmundo Gonzalez, legittimo vincitore delle elezioni proprio secondo la Casa Bianca, come Presidente della Repubblica Venezuelana?
L’intervento a Caracas potrebbe portare ad un’escalation dei conflitti?
Inutile girarci intorno: l’intervento statunitense è un chiaro messaggio politico, oltre che una mossa strategica dal punto di vista economico. Trump ha “fermato” (concedetemi le virgolette, dato che il conflitto miete ancora centinaia di vittime) la guerra in Palestina; mediato le trattative tra Russia ed Ucraina e si presenta, ora, come salvatore di un popolo intero, liberato da un’eterna dittatura. È un leader vero, capace di agire davvero; è un presidente forte, attento ai veri problemi dei cittadini; è il paladino della democrazia, della giustizia, della libertà; se ricorre a tutti i mezzi in suo possesso è solo per il bene di tutti…
Non è un copione già sentito?
Risulta impossibile rispondere alla domanda iniziale, ma possiamo affermare chiaramente che l’operazione in Venezuela è prova di quanto gli Stati Uniti, Donald Trump in primis, possano agire indisturbati (lungo – e forse oltre – i limiti del diritto internazionale); d’altronde la giustizia, ancora una volta, assume la forma dell’ “utile del più forte”, cosa che avvantaggia chi detiene il potere.
In conclusione, quanto accaduto lo scorso 3 gennaio segna un punto di svolta che potrebbe rivelarsi spartiacque per un nuovo assetto geopolitico. Come questo si configurerà e quali conseguenze avrà prodotto l’intervento a Caracas ce lo dirà solo il tempo; adesso, con uno scenario sempre più polarizzato e in politica e nel dibattito pubblico, il nostro compito consiste nell’evitare le visioni semplicistiche ed abbracciare, piuttosto, la complessità dei temi in gioco.