di Giulia Puntillo, II G
Non saprei dire se sia stato un caso, un capriccio del destino o un impulso inspiegabile, ma un giorno mi sono ritrovata a camminare lontano dai sentieri che conoscevo. Era come se qualcosa mi avesse chiamata da molto tempo, senza che io me ne accorgessi. Così ho iniziato un viaggio che non avevo programmato, ma sembrava inevitabile. Attraversai paesaggi che cambiavano continuamente, quasi come se fossero scenografie di un teatro, in cui non si riesce mai a capire cosa verrà dopo: prima una foresta fitta come una cattedrale, poi una distesa arida; un ruscello tranquillo che di colpo diventa un ruscello impetuoso. Mi sembrava che il mondo stesso si trasformasse per confondermi. Eppure, continuavo a procedere spinta dall’idea di stare cercando qualcosa. Non sapevo cosa fosse, ma sentivo che esisteva da qualche parte. Arrivai su un’altura coperta da una nebbia leggera, che si muoveva, come se respirasse. Il vento sembrava sussurrarmi che lassù si trovava il castello di Atlante, un luogo dove le persone inseguono ciò che desiderano senza riuscire mai a raggiungerlo. Un posto dove i sogni si trasformano continuamente, allontanandosi proprio quando credi di averli afferrati. Non so come, ma sapevo che dovevo salire. Il sentiero era stretto e rischioso. Ogni tanto avevo l’impressione che la terra sparisse sotto i piedi. Ma la voglia di arrivare in cima era più forte della paura. Ero convinta che là avrei trovato qualcosa di importante: una risposta, una verità, un volto, magari il motivo stesso della mia ricerca. Quando arrivai, il sole stava tramontando e colorava tutto di rosso. Il Castello si stagliava di fronte a me, ma non aveva una forma stabile: torri che si alzavano e che si abbassavano, finestre che cambiavano contorno come se fossero vive. Sembrava fatto non di pietra ma di pensieri. Entrai. Il silenzio era così intenso che mi pareva di sentire il battito del mio cuore rimbombare nelle sale. Corridoi infiniti si aprivano ovunque. In ognuno vedevo qualcosa che sembrava condurmi a ciò che stavo cercando: giardini fioriti con frutta copiosa, l’amore, echi di musiche che sembravano parlarmi direttamente. Ma ogni volta che mi avvicinavo, l’immagine svaniva o si spostava più avanti. Era come se il castello mi stesse leggendo la mente e si stesse modellando sui miei desideri solo per ritrarli subito. Camminai ore, forse giorni o forse solo minuti; il tempo non aveva più senso. Più cercavo, più tutto si allontanava. Finché una voce mi disse: “Quello che cerchi non è nelle cose che cerchi, ma nel motivo per cui le rincorri”. Davanti a me apparve una figura avvolta in un mantello scuro. Non aveva volto, eppure la sua presenza era reale, più reale di qualunque immagine avessi visto prima. “Chi sei?” chiesi. “Sono ciò che ti spinge a muoverti; sono il Desiderio” rispose. “Qui tutti credono di inseguire qualcosa, un amore, una risposta, un senso. Ma ciò che davvero inseguono sono io”. “Quindi è tutto inutile?” domandai. “Non inutile. Infinito. Ciò che vuoi non si lascia afferrare perché non è un oggetto. E’ il cammino stesso”. La figura svanì come polvere luminosa. Subito davanti a me comparve una scala che saliva verso l’alto. Mi sentii costretta a percorrerla: la ricerca non era terminata. Ogni gradino sembrava chiedermi un ricordo, un dubbio, un pezzo di me. Salendo, mi sentivo più leggera, come se lasciassi indietro tutto ciò che mi aveva trattenuta. In cima trovai una stanza vuota. Solo una piccola luce galleggiava al centro; una sfera che sembrava fatta di luna. Dentro vedevo riflessa una versione ideale di me stessa: quella che avevo immaginato quando ero convinta che al mondo esistessero risposte pronte, chiare, definitive. Allungai la mano. La luce si spostò appena. Avanzai. Si spostò ancora. Capii che non l’avrei mai toccata. Era l’immagine perfetta di ciò che cerchiamo tutta la vita, senza poterla mai stringere davvero. E allora capii che ciò che il castello voleva insegnarmi era che un desiderio, per rimanere vivo, deve restare irraggiungibile: la nostra natura non è arrivare, ma continuare a muoverci. Ciò che ci spinge avanti non è la meta, ma il desiderio di raggiungerla. Scendendo le scale, mi accorsi che il castello non c’era più. Ero in una pianura aperta, sotto un cielo pulito. Non mi sentivo persa e confusa, pur avendo perso ciò che inseguivo, poiché avevo scoperto che il senso stava nel cercare e non nel trovare. Così ricominciai a camminare alla ricerca di altri castelli, con nuove illusioni, nuovi desideri.