di Sara Alimohammadi, Giuseppe Cortese e Marialuisa Mollo, II G

Nel saggio “Elogio della ghigliottina”, scritto nel 1922, Piero Gobetti rivolge un appello all’azione e alla responsabilità collettiva contro il fascismo utilizzando come metafora l’immagine della ghigliottina, simbolo di opposizione al regime e all’omertà del popolo. Definisce il fascismo “autobiografia della nazione”, ossia specchio fedele e rivelatore dell’essenza del popolo italiano. Il fenomeno fascista rappresenta l’ineluttabile manifestazione dei vizi congeniti degli italiani. La metafora è ricca di significato: il fascismo trascrive la realtà costitutiva di una nazione che rinuncia per pigrizia alla lotta politica. L’Italia si rivela uniformata dal conformismo e dalla mediocrità. Il trionfo di Mussolini, dice Gobetti, segna “il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo” attributi che, nella visione di Gobetti, denotano infantilismo e non vigore. Mussolini non è dunque “nulla di nuovo” per gli italiani già avvezzi all’arrendevolezza e all’ignavia, piuttosto incarna la continuità storica di un popolo destinato a servire e attesta “l’inesistenza di minoranze eroiche”. Il fascismo dunque rivela l’identità della nazione stessa.

Nell’analisi di Gobetti, l’unico rimedio al fascismo risiedeva nel protrarsi delle lotte politiche come afferma lui stesso nel saggio, confessando di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti continuasse, nonostante la consapevolezza che la lotta politica del biennio rosso fosse essa stessa corrotta. In un’Italia inerte per la prima volta qualcuno aveva preso coraggio, tanto da perdere la vita pur di manifestare il proprio dissenso e le proprie idee. Ciò che ha permesso a Mussolini di prendere potere sono stati “i segni di stanchezza” e i “sospiri di pace” di fronte alla fatica della lotta. Gli italiani nel saggio vengono definiti “popolo di dannunziani” incapaci di spirito di sacrificio. Con questa definizione Gobetti vuole intendere che gli italiani erano portati più al fascino dell’eroismo spettacolare che alla responsabilità concreta, manipolabili da personalità carismatiche con tendenze al mito e all’esaltazione piuttosto che all’impegno reale nella costruzione di valori stabili. Gobetti dichiara che né Mussolini né Emanuele di Savoia hanno virtù di padroni ma che gli italiani hanno “animo di schiavi”. Non è dunque la grandezza dei tiranni a soggiogare l’Italia, bensì la bassezza congenita del popolo a instaurare l’impero. L’animo di schiavi risiede in lacune morali comuni ad ogni cittadino, a partire dalla pigrizia verso la lotta politica: un popolo che preferisce la quiete in condizione servile all’eroismo della conquista. Inoltre manca lo spirito di sacrificio che caratterizza i popoli liberi. Gli italiani per Gobetti si acquietano nella collaborazione anziché esaltarsi nel conflitto. La schiavitù italiana dunque non è altro che caratteristica distintiva del popolo stesso. Il testo di Piero Gobetti ha suscitato in noi diverse riflessioni, che tenteremo di sintetizzare in questo scritto.

Alcuni di noi ritengono che a distanza di cent’anni la distinzione tra fascismo e antifascismo sia ancora operante nei termini di uno scontro di valori, linguaggi e modelli che influenzano la società odierna. In particolare, le conoscenze e le esperienze personali consentono di condurre un’analisi di questo conflitto tra i giovani. Nel nostro Liceo Giulio Cesare le attività di propaganda che ruotano intorno alle elezioni dei rappresentanti di istituto, i dibattiti organizzati in occasione delle assemblee o della settimana dello studente, gli scontri tra diverse organizzazioni studentesche sono espressione in alcuni casi di un confronto tra fascismo e antifascismo. Tra i giovani il fascismo non è presente sempre come una vera e propria ideologia storica radicata e consapevole, ma piuttosto come un’inclinazione verso un atteggiamento che richiama un’idea di forza, che rifiuta le regole e che porta all’utilizzo di simboli, slogan, saluti che appartenevano alla propaganda del fascismo storico con un’accezione ironica e provocatoria. I social favoriscono la diffusione di questi linguaggi estremi e provocatori attraverso immagini che lavorano più sulla sfera emotiva che intellettuale di chi le osserva, raccogliendo numerosi consensi.

Anche l’antifascismo a volte si riduce ad un rituale che denota solo l’appartenenza ad un gruppo, altre volte assume una connotazione più consapevole legata ai valori della costituzione e alla salvaguardia dei diritti. Questa visione del conflitto contemporaneo tra fascismo e antifascismo, riletta attraverso Gobetti, rende il suo pensiero ancora attuale. Gobetti, infatti, non vedeva il fascismo solo come un regime storico ma come un atteggiamento culturale e quindi morale. Per Gobetti il fascismo nasceva da una debole coscienza civile, dall’esaltazione di un capo e dell’estetica della forza. Oggi il richiamo al fascismo tra i giovani assume proprio questa forma. Secondo Gobetti l’antifascismo invece, non è solo l’opposizione ad un nemico, ma una formazione morale basata sulla capacità di sviluppare un pensiero critico, di accettare il conflitto e di rifiutare la sottomissione a figure carismatiche. Applicare oggi questo concetto di antifascismo tra i giovani non solo significa acquisire una coscienza civica attiva, ma supportare la lotta all’autoritarismo a favore della democrazia.

Altri tra noi ritengono che oggi la distinzione tra fascismo e antifascismo non sia più evidente allo stesso modo in cui lo era ai tempi di Gobetti. Il fascismo, inteso come regime politico vero e proprio, non esiste più nella politica italiana moderna. Non esistono governi che si dichiarino apertamente fascisti. Tuttavia, questo non significa che il problema sia del tutto scomparso o che il fascismo sia solo un fatto del passato. Esistono ancora oggi gruppi di giovani che si dichiarano apertamente neofascisti e che usano simboli, slogan e ideologie legati al fascismo. Un esempio importante ce lo ha mostrato l’inchiesta realizzata dal giornale Fanpage su Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia. Il servizio ha mostrato come all’interno di alcuni ambienti giovanili, siano ancora presenti comportamenti che richiamano apertamente il fascismo, come il saluto romano, i cori inneggianti al Duce e, soprattutto, discorsi razzisti.

L’inchiesta di Fanpage è molto importante, perché fa vedere a tutti un problema che spesso viene sottovalutato, o che molti nemmeno conoscevano. Molti giovani non sembrano avere una reale conoscenza storica del fascismo, dei suoi ideali e delle sue conseguenze. In molti casi vengono usati simboli senza rendersi conto della gravità di ciò che rappresentano. Questo dimostra come l’educazione e lo studio della storia abbiano ancora un ruolo fondamentale. Risulta più importante che la scuola si concentri a insegnare questo tipo di storia, quella moderna e contemporanea, piuttosto che passare anni a studiare civiltà antiche che non sembrano poter essere riportate al presente. È importante studiare questa materia per evitare di commettere gli stessi errori commessi nel passato e per creare un futuro migliore.

All’interno delle scuole, anche dentro il nostro Liceo, sono presenti gruppi neofascisti che inneggiano apertamente al Duce. Questi atteggiamenti si manifestano attraverso frasi o battute, dette o scritte per esempio nei bagni, che richiamano il fascismo. Spesso tali comportamenti vengono visti come scherzi, ma non dovrebbero essere presi alla leggera. Le persone che compiono tali gesti andrebbero punite e poi rieducate secondo principi sani. Per questo motivo oggi l’antifascismo non deve essere visto solo come l’opposizione a un regime che non esiste più, ma come un insieme di valori fondamentali: difesa della democrazia, rispetto delle regole, partecipazione alla vita politica e rifiuto alla violenza. Studiare il fascismo serve proprio a comprendere quali errori sono stati commessi e perché non devono essere ripetuti. Dunque, la distinzione tra fascismo e antifascismo oggi è diversa rispetto al passato, ma rimane comunque importante.

Infine alcuni tra noi invitano a riflettere su altri punti ulteriori: ha ancora senso parlare di fascismo e antifascismo? La risposta non è semplice. Da una considerazione storica è evidente che il fascismo come regime politico è finito nel 1945 ed è definitivamente tramontato. I gruppi che oggi si dichiarano fascisti sono marginali e non hanno capacità di mobilitazione come nel ventennio. Però su un piano più profondo alcune interpretazioni di Gobetti sembrano ancora valide se guardiamo certe dinamiche della società contemporanea: la critica alla ricerca facile del consenso, alla voglia di soluzioni semplici e immediate per problemi complessi, al rifiuto del dibattito serio. Oggi la politica è spesso fatta di slogan sui social, di promesse impossibili, di messaggi che fanno leva sulle emozioni invece che sulla ragione. In questo senso, più che di fascismo, dovremmo parlare di permanenza di quelle stesse problematiche sociali che secondo Gobetti lo resero possibile Paragonare ogni forma di autoritarismo al fascismo storico significa da un lato eliminare la specificità di quel fenomeno, con le leggi razziali, la dittatura, la guerra e le sue tragiche conseguenze. Dall’altro trasforma l’antifascismo in una categoria cosi generica da perdere ogni valore discriminante. Quando tutto diventa “fascismo”, il termine si svuota di significato. L’esperienza diretta, consente di osservare come l’etichetta di “fascista” venga spesso usata in modo approssimativo per indicare genericamente posizioni conservatrici o autoritarie, senza una reale comprensione storica del fenomeno. Questa banalizzazione è pericolosa perché impedisce di comprendere anche i problemi attuali.

Quello che rende davvero attuale il pensiero di Gobetti e lo sguardo critico sulla società italiana, che conserva gli stessi difetti di allora: scarsa partecipazione politica, difficoltà di costruire un dibattito pubblico maturo dove le posizioni si confrontano seriamente, invece di ridursi a slogan contrapposti, tendenza a delegare le responsabilità invece di assumerle in prima persona. Quella che Gobetti chiamava “pigrizia” si manifesta anche nell’attivismo superficiale dei social media, dove tutti hanno opinioni forti, ma pochi sono disposti all’impegno che richiede la vera partecipazione politica.

La distinzione tra fascismo e antifascismo ha ancora senso solo come memoria storica. Dobbiamo ricordare cosa è stato il fascismo per evitare che si ripeta e la nostra Costituzione è nata proprio per opporsi a quel regime. Questo è importante e va preservato. Però non si può usare sempre questa distinzione per leggere la realtà di oggi, perché i problemi sono diversi. La democrazia è in crisi, questo è vero, ma non per un ritorno del fascismo. È in crisi perché il popolo italiano non partecipa più, perché i politici sembrano tutti uguali, perché le istituzioni non funzionano bene. La lezione più profonda di Gobetti, quindi, non è l’antifascismo come slogan, ma l’idea di una cittadinanza attiva, critica, disposta al sacrificio per i propri ideali e a impegnarsi concretamente nella costruzione del bene comune. Forse invece di chiederci sempre se una cosa è fascista o antifascista, dovremmo chiederci: sto facendo qualcosa di concreto per migliorare la società? Ho davvero studiato e capito i problemi o ripeto solo slogan? Queste secondo noi sono le domande giuste per essere davvero democratici oggi.

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