di Tosca Coniglio, II G

Dalla costola di Adamo nasce Eva, così racconta la Genesi. Non dalla testa, per non comandare, non dai piedi, per non essere calpestata, ma dalla costola, vicino al cuore, per essere protetta. Una narrazione antica che, forse inconsapevolmente, ha plasmato per secoli l’idea che la donna sia “derivata”, secondaria, complementare all’uomo, ma mai pienamente autonoma. Adesso ci troviamo nel ventunesimo secolo, e pensavo che questa mentalità pian piano stesse diminuendo. Forse Eva non è nata dalla costola per essere protetta, ma per stare accanto, alla pari. Uomo e donna sullo stesso piano, che si vogliono
bene e si fanno compagnia.

Eppure, mentre ero a Parigi per la Simulazione ONU, lontana dalla mia scuola, la realtà ha squarciato il velo di questa speranza. Ero seduta in una pasticceria con i miei amici, immersa nell’atmosfera vivace della città, quando sul telefono è arrivata quella foto. Nel bagno dei maschi del nostro liceo era apparsa una scritta agghiacciante: “lista stupri”, seguita dai nomi di alcune ragazze che fanno parte delle liste politiche studentesche e di un ragazzo. Il cuore mi si è stretto. Ho alzato lo sguardo verso i miei amici: anche loro aavevano ricevuto la foto. Nessuno parlava. Il rumore delle tazzine, le risate degli altri clienti, il traffico fuori sembravano improvvisamente distanti, ovattati. Eravamo tutti lì, fermi, a fissare quello schermo. Alcune ragazze erano impallidite, altre avevano gli occhi lucidi. I ragazzi sembravano confusi, increduli. Come era possibile? Chi poteva aver fatto una cosa del genere? Non un gesto casuale, ma un attacco mirato, violento, che ci ha sconvolti tutti quanti, anche a chilometri di distanza.

Ma da dove nasce tanta violenza? Come si arriva a scrivere una cosa del genere? Cosa spinge qualcuno a pensare che sia accettabile, persino “normale”? La risposta affonda le radici in qualcosa di molto più profondo e diffuso: il sessismo. Ma cos’è esattamente? Il sessismo è una discriminazione basata sul genere: l’idea che, in base al sesso biologico, esistano caratteristiche, ruoli e comportamenti “naturali” e inevitabili. Essere femmina significherebbe automaticamente essere più debole, amare il rosa, la cucina, le bambole. Essere maschio vorrebbe dire essere forte, più vivace, portato per lo sport e la scienza.

Ma chi ha deciso tutto questo? Tutto inizia molto prima che ce ne rendiamo conto. Sotto l’albero di Natale, le bambine trovano bambole e set da cucina, i bambini invece costruzioni e macchinine. Blu contro rosa. Ricordo i Natali a casa dei nonni: i regali con il fiocco rosa erano automaticamente per me e mia sorella, quelli con la carta blu per mio cugino. Per noi era normalissimo. Io aprivo pacchi pieni di Barbie, accessori rosa, case delle bambole, servizi da tè; lui invece trovava macchinine, camion, Lego. E poi, durante il pomeriggio, la scena era sempre la stessa: io e mia sorella in un angolo della stanza a servire tè immaginario alle nostre bambole, mentre dall’altra parte mio cugino costruiva o faceva correre i suoi camion. Lui faceva sempre tanto chiasso! Infatti mia zia diceva a mia madre: “Beata te che hai due femmine, non ti daranno problemi!” Una volta, quando ho rotto un vaso, la colpa è ricaduta automaticamente su mio cugino, perché non era concepibile che una signorina facesse una cosa del genere! Alla sera, le fiabe della buonanotte raccontano quasi sempre la stessa storia: principesse passive in attesa di essere salvate dal principe coraggioso. Messaggi sottili, ma potentissimi che si
sedimentano nella nostra mente. Questi stereotipi non restano nel mondo dei giochi, ma ci seguono e condizionano le nostre scelte.

Ho letto su un articolo della BBC che in un esperimento sociale hanno chiesto a bambini e bambine di disegnare un ingegnere: tutti, maschi e femmine, hanno disegnato un uomo. Perché? Perché è “scontato” che certi lavori siano maschili. Lo vediamo anche nelle scelte scolastiche: le ragazze tendono verso materie umanistiche, i ragazzi verso quelle scientifiche, non per reale inclinazione, ma perché “è normale così”. La mia professoressa ha raccontato che quando è andata a comprare un’auto, il venditore si rivolgeva continuamente a suo marito, ignorandola completamente, dando per scontato che fosse l’uomo a decidere. In effetti, che ci capiscono le donne di meccanica?

Ma il sessismo non danneggia solo le donne. Anche i maschi ne sono vittime. Un ragazzo che vuole vestirsi di rosa viene deriso. Uno che piange viene chiamato “femminuccia”, come se mostrare emozioni fosse una debolezza, qualcosa di “femminile” e quindi inferiore. I maschi devono essere forti, non fragili, non sensibili. Devono avere i capelli corti. “Sei una femmina?” si sente dire a chi li porta lunghi.

SESSISMO: OSTILE o BENEVOLO?

Gli studi distinguono due forme di sessismo apparentemente opposte ma entrambe dannose: il sessismo ostile e il sessismo benevolo. Il sessismo ostile è la forma più esplicita e aggressiva. Si manifesta attraverso atti violenti, battute offensive e disprezzo verso il genere interessato. Quello più diffuso è il disprezzo contro il genere femminile e si tratta di vera e propria misoginia. Si manifesta quando una ragazza viene sottovalutata durante un colloquio di lavoro, quando le viene detto “ma fai la seria” davanti a un’idea valida, quando viene considerata meno competente a priori. “Che ne puoi sapere tu di queste cose!”, “Tornatene in cucina”, “Sei troppo isterica ed emotiva per gestire queste faccende”, “Il caffè senza zucchero, immagino”, “Dov’è tuo marito? Preferisco discuterne con una mente più razionale”.

L’episodio della “lista stupri” rientra esattamente in questa categoria: un atto deliberato di intimidazione pubblica verso ragazze che occupano spazi di potere studentesco. Ed è ancora più grave perché non si tratta solo di sessismo, ma di una vera e propria minaccia usata come arma politica. Perché proprio quelle ragazze? Perché il messaggio è brutalmente chiaro: “Avete osato occupare spazi di potere, fare politica, prendere la parola in pubblico. Ma vi ricordiamo che prima di essere studentesse o rappresentanti siete corpi vulnerabili, e possiamo ridurvi a questo”. È la forma più violenta di sessismo ostile: usare la minaccia della violenza sessuale per silenziare, intimidire, far tornare le donne “al loro posto”. Non è una battuta stupida, non è goliardia. È terrorismo psicologico. Il sessismo benevolo invece è più subdolo, perché si nasconde dietro la maschera della gentilezza e della protezione. Non è aggressivo come quello ostile, anzi, si presenta come premura, cavalleria, galanteria. “Le donne vanno protette”, “Sei troppo sensibile per certe cose”, “Lascia fare a me, è troppo pesante per te”. Quante volte ho sentito queste frasi!

Sembra rispetto, ma in realtà trasmette un messaggio chiaro: le donne sono fragili, deboli, incapaci di cavarsela da sole. Hanno bisogno di un uomo che le protegga, che decida per loro, che le sollevi dai compiti difficili. Questo tipo di sessismo è pericoloso proprio perché viene accettato, anzi, spesso apprezzato, sia dagli uomini che dalle donne stesse, che non si rendono conto di quanto sia limitante. Qualche mese fa, scendendo dalla macchina di un amico sotto la pioggia, mi ha fermata quasi offeso perché volevo aprirmi la portiera da sola: “Te la apro io! Non ti posso mica lasciare scendere da sola sotto la pioggia!” Per lui era una questione di principio, di educazione. Ma quando la cavalleria diventa un obbligo che sottintende “tu non sei capace di badare a te stessa”, allora non è più cortesia, è
paternalismo. È l’ennesima conferma dello stereotipo dell’uomo forte e protettore e della donna fragile e bisognosa di aiuto. Galanteria o sessismo? Dopo aver riflettuto su tutto questo, mi rendo conto di quanto il sessismo sia radicato nella nostra società, in modo così profondo che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Sia nella sua forma ostile, violenta e intimidatoria, sia in quella benevola, mascherata da
protezione e gentilezza, il risultato è sempre lo stesso: le donne (e anche gli uomini) vengono rinchiusi in gabbie invisibili, costretti a recitare ruoli che non hanno scelto. La “lista stupri” nel bagno della mia scuola non è un caso isolato, è solo la punta dell’iceberg di un problema che inizia molto prima, molto più in silenzio. Inizia con le bambole rosa e le macchinine blu, con le fiabe della principessa da salvare, con le frasi dette senza pensarci. Frasi che sembrano innocue ma che, ripetute migliaia di volte, costruiscono un’idea distorta di chi siamo e di chi possiamo diventare.

Penso che il punto non sia solo condannare gli episodi più eclatanti di violenza o discriminazione, ma avere una visione lucida della situazione nel suo complesso. Dobbiamo capire che il sessismo non è solo in quello che fa notizia, ma è anche nelle piccole cose quotidiane che accettiamo come normali. Ed è proprio lì che bisogna intervenire. Il cambiamento deve partire dall’educazione, da quando siamo bambini. Dobbiamo smettere di dividere il mondo in rosa e blu, di insegnare che esistono “cose da maschi” e “cose da femmine”. Dobbiamo crescere ragazzi e ragazze consapevoli che entrambi i generi sono pari in tutte le loro capacità, che non esistono limiti prestabiliti in base al sesso con cui si nasce. Un ragazzo può piangere senza essere debole, una ragazza può essere ambiziosa senza essere aggressiva. Un ragazzo può amare il rosa, una ragazza può diventare ingegnere. Ogni volta che ridiamo di una battuta sessista, ogni volta che diciamo “sei una femminuccia” a un bambino che piange, ogni volta che ci limitiamo o limitiamo gli altri in base al genere, stiamo alimentando quel sistema che poi produce le “liste stupri”.

Forse Eva non è nata dalla costola di Adamo per essere protetta o comandata. Forse è nata per stare accanto, semplicemente. E questo “accanto” non dovrebbe significare né sopra né sotto, ma sullo stesso piano. È questo che spero per il futuro: un mondo in cui nessuno debba più dimostrare di meritare rispetto, dignità e libertà in base al proprio genere. Un mondo in cui possiamo essere semplicemente persone.

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