di Samuele Moscetta, I E

Lo scorso martedì, il 25 novembre, si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’ONU nel 1999. Sarebbe stato anche un giorno di discussione per il Senato, chiamato all’approvazione della nuova proposta di legge che modifica il reato di violenza sessuale. La cadenza non era ovviamente casuale, bensì una scelta simbolica in quanto – stando ai dati dell’ISTAT – il 91% delle vittime di abusi sessuali sono proprio donne.

L’approvazione da parte del Senato, come sempre d’altronde, era considerata una formalità: il disegno di legge aveva dimostrato di accontentare e, anzi, essere sostenuto dalla quasi totalità dei deputati della Camera, appartenenti all’intero spettro politico italiano. Il messaggio mandato, seppur ancora privo di concretezza (per l’applicazione avremmo dovuto aspettare), sarebbe stato molto importante, considerando la rilevanza della giornata; sarebbe stato un altro piccolo passo verso un obiettivo enorme ma – seppur lentamente – sempre più vicino.

Come avrete avuto modo di sentire o come avrete dedotto dal titolo, tuttavia, c’è stato un inaspettato dietrofront che ha rimandato (se non bloccato) l’approvazione del nuovo disegno di legge, arrivato poco prima dell’inizio dei lavori a Palazzo Madama. La coalizione di destra in commissione Giustizia, chiamata a dare un parere favorevole sulla norma, ha infatti deciso di rinviare l’approvazione del testo.

Prima di analizzarne le motivazioni del rinvio, però, è bene ricordare in che modo la legge sarebbe stata modificata tramite la proposta (naufragata, appunto, in prossimità dell’approvazione del Senato). 

La legge sulla violenza sessuale è stata criticata a lungo perché considerata troppo vaga, molto generica nella propria formulazione: ad oggi, infatti, perché si possa parlare di “abuso sessuale” per il nostro Codice penale è sostanzialmente necessario che si verifichi – a discapito della vittima – costrizione fisica, minaccia o abuso di autorità. La legge, dunque, non tutela i casi in cui l’aggressore non esercita aggressione fisica o minaccia, ma non vi è comunque il consenso della vittima. Proprio su questo aspetto sarebbe andato ad intervenire il nuovo emendamento, che avrebbe – grazie al sostegno manifestato dalla stragrande maggioranza dei deputati – dato un maggior peso al consenso della vittima, così da cercare di eliminare le famose “zone grige” presentate dalla legge precedente.

Il passaggio della proposta di modifica, in realtà, era stata una sorpresa gradita dopo il dibattito avuto luogo nella Camera dei deputati; si era giunti ad un “accordo bipartisan” stretto dalle due principali leader del Paese, solitamente assolte in feroce dibatto: Elly Schlein (segretaria del PD) e Giorgia Meloni (Primo Ministro ed esponente di Fratelli d’Italia). Pochi, infatti, erano stati i critici del nuovo disegno di legge, accolto a braccia aperte quanto dalla destra tanto dalla sinistra. Il motivo va ricercato probabilmente nelle reazioni – deleterie – che avrebbero seguito la disapprovazione da parte di un partito riguardo una legge di questo tipo e non, purtroppo, nel fatto che questa sia effettivamente sentita all’unanimità come giusta.

Di conseguenza, allora, cosa ha portato la Lega (poi seguita da Fratelli d’Italia e Forza Italia per evitare di mostrare spaccature all’interno della coalizione) ad una scelta così – fortunatamente – impopolare? 

Il rinvio, stando a quanto espresso dai deputati del partito, è stato richiesto alla luce di alcune perplessità che riguardavano una particolare specifica all’interno dell’emendamento: quella che prevedeva, nei casi “di minore gravità”, la diminuzione della pena in maniera non eccedente ai due terzi. Ci sarebbe, dunque, la volontà di rendere la legge ancora più severa da parte della Lega. Le perplessità, tuttavia, rimangono e sono comprensibili: la motivazione formale dell’inatteso dietrofront (poi condiviso, come detto. dallo stesso partito promotore dell’emendamento, FdI) non ha convinto i giornalisti, che hanno elaborato una propria ricostruzione.

Ciò che appare più plausibile è che, a differenza di quanto emerso dai canali ufficiali, la reale motivazione sia di natura politica: la Lega, nel tentativo di cercare una maggiore indipendenza dalla coalizione di destra, ha teso uno sgambetto a Giorgia Meloni che, costretta a seguire il partito di Matteo Salvini, ha ricevuto aspre critiche da parte dell’opinione pubblica e, inevitabilmente, dalla totalità del centro-sinistra perché era stata lei stessa a proporre l’emendamento. 

È triste apprendere come tematiche di questo tipo siano sostanzialmente considerate dalla nostra classe politica come piccole battaglie che hanno davvero poco a che fare con la giustizia o i valori legati al tema trattato ma, piuttosto, con le ingarbugliate questioni che stanno – inesorabilmente e nel silenzio – allontanando i deputati da noi cittadini. Si era palesata l’occasione di dimostrare unità, senso di giustizia e coesione nell’affrontare una questione fondamentale come la violenza sessuale, nel giorno che dovrebbe essere un simbolo di qualcosa che finalmente sta cambiando… sembra invece che poco si sia mosso; o almeno questo è quello che viene da pensare.

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