di Samuele Moscetta, I E

Don’t look up non è un film che si limita a smontare la nostra intera società, smascherandone l’ipocrisia e l’assurdo, ma racconta anche, con tanto di scene drammatiche, come il grottesco tipico della nostra specie ci porterebbe alla rovina qualora la Terra dovesse essere minacciata da un cataclisma mai visto prima; e, ragazzi, fa anche ridere! Signore e signori, ecco a voi una delle commedie più interessanti di questo inizio di secolo. 

Immaginate questa situazione: gli scienziati ci stanno ripetendo da oltre sei mesi che un meteorite fatale colpirà la Terra, portando alla nostra estinzione; come si potrebbe decidere di ignorarli, seguire lo slogan “Don’t look up”, negare perfino quando lo si vede solcare il cielo con i propri occhi? Eppure, grazie alla regia e sceneggiatura di un brillante Adam Mckay, l’umanità ne sembra completamente capace. 

Ci viene presentato un mondo alla deriva, assolutamente folle, dove il presidente degli Stati Uniti procrastina un qualsiasi intervento per salvare l’umanità fin quando non gli è utile per la successiva campagna elettorale; un universo in cui viene dato maggiore rilievo al servizio televisivo sulla separazione di due celebrità rispetto alla notizia che annuncia l’imminente cataclisma; ci viene descritta una società felice di dare visibilità allo scienziato che sta cercando di salvare il pianeta non in quanto tale, ma perché “l’astronomo più attraente d’America”; insomma, il nostro mondo, la nostra società.

Mckay conferma e riprende il notevole percorso iniziato con La grande scommessa, pellicola che gli era valsa un premio Oscar e lo aveva consacrato come una delle figure più intriganti del panorama cinematografico hollywoodiano. Il regista, nuovamente a lavoro con un cast di primo piano, ha “sbugiardato” ancora l’assurdità della nostra società, scrivendo e dirigendo un film esilarante e geniale nella propria satira ora sottile, ora surreale e plateale; un lungometraggio capace di parlare di polarizzazione, corruzione delle istituzioni, crisi del giornalismo e manipolazione dei media divertendo lo spettatore per due ore e mezza. 

Il cast, che conta al proprio interno nomi del calibro di Leonardo Di Caprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep, Timothée Chalamet e Cate Blanchett, rende al meglio la satira tagliente, alternandola a scene profonde e di recitato impressionante – su tutte quella ormai celebre che ritrae la furia del Dr. Mindy (il protagonista della storia, interpretato da Di Caprio). 

La produzione, inoltre, si è rivelata coraggiosa nel riporre grande fiducia nella direzione artistica, in particolar modo in Mckay, libero di trattare tematiche importanti e variegate in modo molto diverso da quanto vediamo sovente nel resto della produzione cinematografica contemporanea che, da qualche anno a questa parte, sembra acconsentire nel silenzio ai limiti imposti dal “politicamente corretto”, spesso imposto rigidamente dai produttori. 

Le regole etiche che ne sono annesse, va ribadito, non sono necessariamente deleterie nell’ideazione e messinscena di una pellicola ma, nel momento in cui vanno a limitare la libertà di trattazione di temi complessi “per non offendere nessuno”, portano spesso a fastidiose ed esasperanti banalizzazioni, che rendono l’opera meno interessante per la totalità del pubblico, senza distinzioni. L’emancipazione, a giudizio di chi scrive, non consiste nell’inserire in un film o in una serie TV personaggi appartenenti a minoranze etniche o sociali, fini a se stessi e senza alcuna personalità, aggiunti in quanto tali, bensì nel trattare un argomento tanto vasto sfruttando proprio la grandiosa ed immensa potenza comunicativa tipica del cinema, altrimenti soffocata da paletti asfissianti. 

Si prenda come esempio il celebre ed acclamatissimo American History X, film capace di trattare davvero e concretamente questioni di grande rilevanza e dalle molteplici sfaccettature quali, in primis, l’odio, il razzismo ed il fenomeno del neonazismo. Per portare sul grande schermo dei temi tanto complessi e – di conseguenza – educare lo spettatore a riguardo, appare più utile mostrare concretamente il problema, con tutte le problematiche che esso causa nella realtà oppure – come potrebbe richiedere il politicamente corretto* – semplificare le tematiche, creare uno schieramento netto: i buoni contro i cattivi; censurare ciò che “potrebbe disturbare o ledere gli spettatori”?

*”politicamente corretto” qui è utilizzato impropriamente, con il significato che assume nel quotidiano. Il termine in questo caso indica il più vasto insieme delle regole etiche seguite dalla cinematografia contemporanea che, rivolgendosi ad un pubblico giovane, evita di inserire immagini forti o atteggiamenti considerati “immorali” (spesso per rendere la pellicola accessibile a tutte le fasce d’età e “pulire” l’immagine della casa di produzione). Il politicamente corretto, in realtà, non è altro che una parte di questo vasto insieme di norme, e si orienta più specificamente verso l’inclusione di minoranze sociali o etniche, eliminando dal grande schermo atteggiamenti e linguaggio escludenti. 

Don’t look up, in un simile panorama cinematografico, che sembra risentire di una certa mancanza di libertà artistica e di trattazione, appare come un’opera dal taglio molto differente, anche guardando alle opere di genere e stampo simile. I temi più disparati sono toccati con un’ironia molto profonda, capace di non sminuire mai l’importanza dell’oggetto di discussione. Il film scade volutamente nell’assurdo e nel surreale, per poi tornare a parlare di uomini veri, reali, i personaggi della storia; perché alla fine, nella follia di cui loro stessi fanno parte, il Dr. Mindy (L. Di Caprio), Kate (J. Lawrence) e Yule (T. Chalamet) sono costretti ad accettare la propria condizione, cercare di “meritarsi la propria vita” – prendendo in prestito da Salvate il soldato Ryan –, sfruttare, vivere quei sei mesi che li dividono dall’impatto del meteorite.

Adam Mckay, supportato da un cast d’eccezione, riesce a farci divertirci mostrando il fallimento della nostra società, del nostro mondo, della nostra specie; propone una satira sia sottile sia assurda e manifesta, che non appesantisce mai la narrazione, ma ne è anzi parte integrante; è capace di mostrare come l’umanità, in uno scenario neanche così lontano dal nostro, sarebbe capace di battibeccare e dividersi perfino in vista della distruzione del nostro pianeta, promuovere con spettacoli e concerti, fuochi d’artificio, spille e cappellini (molto simili a quelli dei MAGA) il proprio partito: “Just look up” o “Don’t look up”.

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