di Samuele Moscetta, 1 E
Un poliziotto uccide un piccolo spacciatore in provincia di Milano, spaventato da una pistola a salve estratta all’improvviso. Viene aperto un fascicolo per omicidio colposo. Il centrodestra, allora, cavalca immediatamente la notizia, velocemente divenuta caso mediatico: il vicepremier Matteo Salvini parla di “una scelta indecorosa ai danni di chi ha solamente difeso la propria vita e quella dei colleghi”. L’area politica tanto affascinata dai “valorosi uomini in divisa” torna a parlare di scudo penale per gli agenti.
Passano le settimane, procedono le indagini: il poliziotto Carmelo Cinturrino ha freddato Abderrahim Mansouri dopo avergli offerto, senza successo, il silenzio in cambio di denaro. Con gli ultimi respiri del criminale marocchino, l’agente ha realizzato di dover inquinare la scena del crimine: chiede ad un collega di recuperare il borsone, quello con dentro la pistola a salve.
Perché riportare un fatto di cronaca di questo tipo, apparentemente notizia tra le notizie? Per sollevare, tramite un delicato ma intrigante confronto, una domanda ingombrante, che tocca un tema ampiamente dibattuto, spesso – però – con grande incoerenza: quello del buon vecchio garantismo.
Come si spiega l’approccio sostanzialmente opposto che la maggioranza ha riservato alle forze dell’ordine e alla magistratura? Perché per gli agenti si chiede a gran voce lo scudo penale mentre si indice un referendum per smembrare il CSM, descritto alla stregua di un’organizzazione para-mafiosa, con l’obiettivo di monitorare l’operato dei magistrati?
Il centrodestra sembra ossessionato dalla non-iscrizione automatica al registro degli indagati per le forze dell’ordine in caso di eventi come quello che ha scosso Rogoredo. Qualora tale richiesta, ripetuta allo sfinimento, fosse accontentata, sarebbe – senza dubbio – molto complicato far emergere eventuali comportamenti illeciti degli agenti che, però, in quanto esseri umani, sono destinati a sbagliare.
Come chiunque altro, infatti, un poliziotto può agire d’impulso, per il proprio tornaconto o, semplicemente, commettere un errore. Per questo, togliere alla magistratura l’obbligo e la possibilità di accertamento perché “tanto era solamente uno spacciatore” – questo è il significato sotteso – è molto, molto pericoloso.
Votare “SÌ” al referendum giustizia, come ci hanno ricordato in queste settimane politici e opinionisti, cartelloni e volantini, andrebbe a danneggiare l’Associazione Nazionale Magistrati, accusata di indossare un colore politico in un ambiente che, per definizione, deve esserne privo. Un giudice, in effetti, in quanto detentore di un potere enorme all’interno della nostra società, deve essere monitorato e sanzionato qualora agisca in modo illecito, magari anteponendo il proprio credo ideologico ad un’analisi approfondita dei fatti.
Naturalmente, le modalità tramite cui tale supervisione possa avvenire sono un altro paio di maniche, e molto si è discusso su quelle avanzate dal referendum; il punto, però, non cambia.
Lo stesso discorso varrebbe per i poliziotti – detentori anch’essi di un potere non indifferente – eppure per loro si chiede lo scudo penale.