Photo credit: Sofia Liverani
di Sofia Liverani III F
“Ή πόλις θά σέ άκολουθεί.”
“Ti verrà dietro la città.”
– Konstantinos Kavafis, Ή πόλις (“La città”), trad. Filippo Maria Pontani
Sono partito nel tentativo di fuggire, ma ho fallito.
Mi sono trasferito, ho cambiato città, Paese, continente, per andare lontano da quel buco nero che è il mio arido giaciglio natale. Non l’ho mai lasciato. Non sono mai riuscito davvero a lasciarlo.
Ho tentato di cambiare le mie usanze, di abbandonare le mie tradizioni, la mia lingua, la mia religione, le mie credenze, di sciogliere ogni parentela con questo luogo infame e infine di elevarmi a entità non radicata e priva di legami con una terra: ero alla ricerca della mia libertà autodeterminata, trascendente da ogni cultura. Volevo sentirmi cittadino del mondo senza sostare in alcuna città, abitare la Terra e creare una cultura tanto distaccata dalle altre da non esistere, da essere avversa a sé stessa. Ovunque io andassi, però, una spessa corda, stretta nel petto, mi tirava indietro, dentro i confini.
“Torna.”
Ho posti migliori dove stare.
“Torna a casa.”
Quella non è mai stata la mia casa.
“E allora perché, anche se la rifuggi, la rimpiangi?”
Io… non lo so.
Io sono l’unione di un corpo e di una mente: controllo il mio corpo, non la mia mente. Conosco il razionale, mi spaventa l’irrazionale; ma mi affascina anche. Mi fa indietreggiare con i piedi, con le gambe, ma sporgo la testa, la porto in avanti con fare curioso. È oscuro, ma rilucente. Brilla di un candore proprio ma non permette che gli occhi lo mettano a fuoco. Non so cosa sia, vorrei conoscerlo. Vorrei conoscermi. Vorrei sapermi. Se potessi farlo, mi controllerei, darei coerenza ai miei pensieri e alle mie azioni. Così facendo, cesserei però di essere umano.
L’uomo non è altro che una creatura di carne. È limitata; e non lo sarebbe se non se ne rendesse conto. È un bambino: da quando ha imparato a pensare, pensa sempre troppo in grande rispetto alle sue capacità. Ha le mani piccole, le dita impacciate e le braccia corte. Non arriva alle stelle. Eppure le brama. Insegue i suoi sogni e si ritrova inseguito dagli stessi. Cerca di ottenere e non fa altro che perdere. Fugge la morte e se la ritrova davanti.
Anche nei desideri che paiono realizzabili, come in quello di voler lasciarsi tutto dietro, di dimenticare e di voler ricominciare daccapo, c’è troppa brama. Non puoi ricominciare. Dovresti rinascere. Dovresti tornare bambino, ritentare l’infanzia, riscoprire il tuo corpo e la tua mente che cresce, ricominciare gli studi dall’alfabeto e piano tornare a dove avevi interrotto. Ma chi dice poi che non faresti le stesse scelte? Ricominceresti di nuovo? Non infiliamoci in un anello senza uscita, ti prego.
Il passato rimane sempre alle nostre spalle. Sulle nostre spalle. Sulla nostra schiena. Ci sussurra dietro l’orecchio. Ridacchia, si fa gioco di noi. E noi abbiamo la folle idea di dargli pure ascolto, alle volte; oppure, idea ancora più folle, di tentare di ripudiarlo. Ripudiarlo, davvero? Credevo fosse risaputo che sia impossibile. Anche quando cerchiamo di scrollarcelo di dosso, rimane ben aggrappato a noi, con le unghie sotto la nostra pelle. Si struscia a noi come un perfido gatto e ci morde come un cane rabido. E noi continuiamo a fidarci di lui, anche se ci illude dicendoci che in realtà gli stiamo finalmente voltando le spalle. Al massimo gli voltiamo la testa, volgiamo lo sguardo altrove. Ma non lo fuggiamo mai davvero.
Il fatto è questo: noi ricordiamo. Finché abbiamo ricordo di una cosa, non possiamo esserne liberi. Se ricordi un’antica fiamma, continuerai a rimpiangere il suo amore; se ricordi i luoghi in cui la tua pelle si strinse preoccupata in cicatrici, avrai sempre paura di mostrarli; se non dimentichi l’odore della tua casa d’infanzia, allora lo cercherai nelle nuove. Ma attento: non è bene dimenticare. Se ricordi il motivo per cui l’antica fiamma si spense certo non lascerai che una nuova fiamma s’affievolisca. Se ricordi la nera anima di un fascista, non lo accoglierai quando ancora nasconde le mani dietro la schiena. E se ricordi la città da cui sei fuggito, non vorrai davvero fuggirla più.
Se il palmo di tua madre anche soltanto una volta ti ha accarezzato, cercherai nei suoi schiaffi quella antica ma tardiva dolcezza. Farai fatica a non perdonarla. Vedrai frammenti di petali delicati in un mosaico di dura corteccia che ti riempie di schegge e tenterai di coglierli. Le tue mani si riempiranno di legno ostile, ma non lo odierai. Non farà male. Con il tempo, imparerai ad apprezzare il duro formicolio a cui le tue palme ormai sono abituate e vedrai finalmente i petali venir giù da soli tra le tue dita, dolci, delicati. La mano materna stringerà le tue guance, e saran carezze; e troverai quel calore anche nei palmi di un’altra donna. E solo allora vorrai tornare a casa, in quella casa che divenne tale soltanto una volta vista da lontano, una volta conosciuta la nostalgia.
Fai le valigie. Ti imbarchi. Metti piede a terra: sei nella stessa città.
Non l’hai mai lasciata.