di Lara Talamo,
con la collaborazione di Elena Bramati, Beatrice Belcastro, Giulia Costanzo, Benedetta Foglio, I D
Non era certo il mio primo spettacolo, eppure quella mattina l’aria aveva un sapore aspro, quasi pungente.
Uscii di casa come ogni martedì per comprare il pane da Serafino. Quando ero piccola passavo le ore davanti al suo forno, il negozio era modesto con pareti gialle e soffitti bassi. Era un uomo semplice, non parlava mai delle sue ambizioni, forse perché non ne aveva o forse perché si era convinto che fosse inutile anche solo tentare. La prima volta che mio padre mi diede qualche lira mi sentii grande, corsi da Serafino per esibire con aria fiera gli spiccioli che tenevo gelosamente nel pugno, chiesi un filone di pane e tornai a casa con il mio bottino. Al tempo non ero grande abbastanza per lavorare al circo dei miei genitori, sapevo però che un giorno mi sarebbe spettato il ruolo di trapezista, l’unico rimasto scoperto. Quando compii tredici anni mi portarono con loro, Serafino insistette per accompagnarmi. Davanti al trapezio mi sentivo impotente, invece di saltare mi lasciai cadere senza opporre resistenza, precipitando rovinosamente. Serafino mi abbracciò e disse che tutti i più grandi trapezisti avevano iniziato così. Ero sicura che non conoscesse nemmeno un altro trapezista ma la sua tenerezza mi diede ugualmente coraggio e decisi di riprovare: asciugai con la manica le lacrime che mi rigavano il viso e saltai.
Al mio atterraggio Serafino era lì, esultante e commosso, non so per quanto mi esercitai quel giorno, volteggiavo in aria come se lo facessi da una vita. Da quel momento ricordo Serafino come l’uomo che mi insegnò a volare. Ormai ero sempre io ad andare al panificio, Serafino ogni volta mi regala qualcosa e mi accoglie dicendo: «Fa’ attenzione a non cadere stasera, che senza te Roma me pare vuota!». Anche se ormai quella frase la conoscevo a memoria, lasciavo sempre che me la urlasse con entusiasmo e ogni volta rispondevo: «Ma Serafino, non hai di che preoccuparti, lo sai che volare mi riesce meglio che camminare» e ridendo uscivo dal panificio saltellando da una parte all’altra. Quella mattina però, mi diede il pane e rimase in silenzio, io stetti immobile per qualche istante aspettando che parlasse ma sembrava quasi che non mi avesse riconosciuto, così mi voltai verso il grande specchio del negozio, era sporco e appannato, ma riuscivo comunque a intravedere il mio viso: il naso era grande (e da una certa angolazione anche storto), le orecchie sporgenti che fuoriuscivano dai lunghi e scuri cappelli lisci e occhi piccoli e incappucciati, tutto mi sembrava al proprio posto. Presi il pane e incominciai a camminare verso casa: le vie di Montesacro erano strette e quasi mi sentivo soffocata, come se lentamente i palazzi si stringessero tra loro non curandosi di me come erano soliti fare. Cominciai a correre più veloce che potevo, non salutai nemmeno Agnese, la dolce signora dai capelli argentei che vive accanto a noi. Nonostante avesse sempre avuto perplessità sul nostro modo di vivere, sapevo che per me la sua porta era sempre aperta, le sue piccole abitudini erano diventate anche le mie: fin da piccola la osservavo mentre fumava una sigaretta sul balcone e si perdeva tra le pagine di un libro che sembrava non finire mai. Nonostante fosse sola, la malinconia non aveva mai la meglio nelle sue giornate, si perdeva nei discorsi con Romeo, un gatto anziano dall’aria meschina che sospettavo nascondesse una coscienza umana. Parlava con lui per ore e origliando avevo iniziato a conoscerla anche io.
Aprii la porta di casa, gettai il pane sul davanzale e mi sedetti a tavola con la mia famiglia, mio padre vedendomi in affanno disse: «Paolé! Non sprecare le energie che stasera la protagonista stasera sei tu!». Che poi questo spettacolo chi lo voleva davvero fare? Io no di certo, avevo le gambe doloranti e mi sembrava che le mie braccia non potessero sollevare nemmeno le posate. Io che da tutta la vita ero stata abituata a lavorare nel circo, a gettarmi da un estremo all’altro del palco senza timore, quel giorno avevo perso tutto.
Era come se la mia città non mi volesse lì e stesse cercando di farmelo capire.
Tutto il pomeriggio, che di solito passavo provando e riprovando per raggiungere la perfezione, lo passai nella mia testa, tra i miei dubbi, pensai persino di fuggire, di prendere il primo treno e andare il più lontano possibile da Roma: se lei voleva cacciarmi, dovevo assecondarla. Orami però era tardi, erano tutti pronti per partire e io sapevo che la folla già stava prendendo posto per assicurarsi la prima fila. Prendemmo la metro come facevamo da qualche mese a questa parte: dopo il furto del furgone di mio padre, ci separavano ventiquattro spettacoli da una macchina nuova. Durante il viaggio in metro la cosa che preferivo erano gli sguardi della gente posati su di noi, specialmente quelli degli uomini della Roma bene, con lunghi ombrelli e cravatta. Non capivo mai se fossero intimoriti dai nostri eccentrici vestiti o se ne fossero disgustati.
Quel giorno invece, gli occhi delle persone pesavano, riuscivo a sentirli dimenarsi sulla mia pelle e volevo solo grattarmeli via di dosso; il rumore della metro mi faceva girare la testa e il rossetto rosso mi seccava le labbra.
Tra poco sarebbe arrivato il mio momento, avevo il pezzo più lungo della serata, tutto dipendeva da me e i miei genitori non avevano dubbi: non li avrei delusi, non lo avevo mai fatto. Continuavo a ripetermi che quello non era il mio posto, il cielo di Roma sembrava piatto come se mi stesse per schiacciare e quel palco pareva ai miei occhi immenso. Avevo le mani sudate, sarei scivolata e cadendo da quell’altezza non mi sarei più rialzata. Non avevo più tempo per pensare, sentii il mio nome seguito da urla e applausi, mia madre mi spinse sul palco sussurrando: «Come solo tu sai fare». Ero paralizzata, tenevo gli occhi chiusi per non vedere quale altra cattiveria Roma mi avrebbe mostrato. Sentii un forte rumore da dietro le quinte e di colpo aprii gli occhi, vidi le calde luci gialle della piazza, i volti teneri delle signore in prima fila e Serafino che come tutti i martedì faceva il tifo per me. Presi coraggio e saltai, forse non saltai mai più in alto di quella sera, per qualche secondo mi è sembrato di volare, era come se stessi danzando con la mia ombra. Finita l’esibizione alzai la testa, erano tutti in piedi, applaudivano e si complimentavano. Quella sera fu la sera in cui facemmo più soldi di tutti i nostri spettacoli e mai come quel giorno mi sono sentita leggera sul palco.
Qualche giorno fa mi sono decisa a chiedere a Serafino perché quella mattina non mi rivolse la parola, lui confuso rispose: «Ma di che parli, trapezista, sei stata tu a non rispondermi».
Ancora oggi non so se quel martedì di ottobre Roma cercò di mandarmi via o fui io a cercare di fuggire da Roma.