di Sofia Liverani, III F

Silenzio.

Silenzio? Mhm.

Povero. Per parlarne, lo stiamo violando.

Silenzio…

La civiltà, considerata tanto avanzata e soprattutto da noi tanto osannata, ci ha tolto il silenzio – o, perlomeno, la cosa più simile che abbiamo conosciuto come “silenzio”: la quiete organica, l’armonia naturale dei lievi ritmi della Terra. Quello vero, di silenzio, non credo che sia mai stato percepito, nemmeno dagli uomini del Paleolitico.

Quando riusciamo a sentirlo, quindi? Se lo consideriamo assenza totale di rumore, mai. Non si sente qualcosa che non c’è, esattamente come non si vede qualcosa di invisibile, di presente nell’assenza – e non, fai attenzione, di assente nella presenza.

Ricordi l’ultima volta che hai “sentito” – passami il termine – il silenzio? Io no. Non quello assoluto. Quello perfetto. Non nelle lunghe passeggiate in montagna, animate da marmotte lontane e da dolci cicale; non nelle quiete notti d’estate, cullate dal fruscio del vento afoso e dai rombi delle automobili a benzina; nemmeno nelle aule di musica vuote, sebbene artificialmente protette dal suono dai pannelli fonoassorbenti. E nemmeno nella placenta, prima di nascere: anche lì si è immersi nel soave suono soporifero dell’acqua materna.

Forse durante i compiti in classe di Greco. Ecco, quello è un momento parecchio silenzioso. Ma anche lì, il lievissimo rumore delle penne disperate persiste.

Nello spazio, fuori dall’atmosfera, non c’è aria e quindi il suono non si può propagare. Però i segnali radio continuano a passare, e noi continuiamo a sentire i nostri rumorosissimi pensieri. Il silenzio perfetto temo sia inarrivabile: siamo perseguitati in ogni momento dal rumore. 

Sarebbe ironico, forse sciocco, chiedersi allora, dato che non si può non sentire, quale sia il rumore del silenzio. Ma c’è da ricredersi! La cultura giapponese, a differenza nostra, si è ingegnata ed è riuscita a trovare una risposta: “shiiin”. Questo è il rumore del silenzio: しーん. Lo si usa proprio come onomatopea: nei manga, come poi negli anime, si scrivono a caratteri spessi e colorati i suoni sui disegni. E quindi, logicamente, per non lasciare spazio ai dubbi e indicare una vignetta di silenzio, si scrive grande “しーん”.

Che il silenzio abbia un rumore è indubbiamente contraddittorio. Non credo ci sia qualcuno in disaccordo – fatta eccezione per Simon e per Garfunkel. Ma loro cantavano di una creatura che nessuno osa disturbare, sebbene, come un cancro, cresca per divorarci. Qualsiasi cosa cantassero, in ogni caso, certo non era silenzio. Era musica, che implica il fare rumore – bel rumore, di solito, ma poi son gusti.

Il silenzio perfetto. Esiste? Esiste la perfezione? Si tratta di un’idealizzazione artificiale di una condizione imperfetta oppure di un’invenzione astratta puramente umana? Il “silenzio” che è stato rubato dalla civiltà era rumoroso. Era un rumore puro, naturale, armonico, intaccato grandemente dal frastuono della natura. Come dicevamo prima, un bel rumore.

Noi tendiamo a considerare silenzioso uno spazio libero da chiacchiericci, da rumori artificiali e da suoni innaturali. Capiamo già solo così che se rimaniamo senza parlare in un parco naturale ci sentiamo già in un ambiente silenzioso. Ma non è che sia effettivo silenzio: come dicevo, è contaminato dal vento, dagli animali, da eventuali piogge. Ma non dall’uomo.

È come il cielo notturno quando è buio: brilla. E la Luna, sovrana, illumina la terra. Non è mai davvero buia, la notte, anche quando è pura – specialmente quando è pura.

Ma, in fin dei conti, esattamente come ci è stato rubato il forte e splendido luccichio dell’oscura volta stellata dall’arroganza umana di concorrere con lei, così ci è stato rubato il lieve brusio del silenzio naturale gridandoci sopra.

Di Sofia Liverani

III F, caporedattrice, prima paginista, articolista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *