di Veronica Angelini, III G

“Non essere nati è la condizione che tutte supera;
ma poi, una volta apparsi, tornare al più presto
colà donde si venne, è certo il secondo bene.”

L’8, il 9 e il 10 ottobre 2025 le terze liceo, accompagnate dai loro docenti, hanno avuto l’occasione di assistere alla rappresentazione del progetto Theatron nell’aula magna della Sapienza.
La tragedia rappresentata era l’Edipo a Colono di Sofocle, messa in scena postuma nel 401 a.C. All’inizio della tragedia, scendono le scale della platea Edipo e sua figlia Antigone: il vecchio re, lasciata Tebe, vaga cieco insieme alla figlia, e raggiungono un luogo, che poi l’arrivo del coro, costituito dai giovani ateniesi, spiegherà essere uno spazio sacro dedicato alle Eumenidi. Esse sono divinità che Eschilo nella sua tragedia “Le Eumenidi” (che faceva parte della trilogia “Orestea”) fa derivare dalle “Erinni”, vendicatrici dei crimini verso la famiglia, divenute poi benevole. Edipo chiede quindi il nome del re della città, ovvero Teseo, e gli chiede ospitalità.
Questo è chiaramente un modo da parte di Sofocle per glorificare la grande Atene, come anche farà Euripide nelle Supplici e negli Eraclidi: Atene è la città della giustizia, della δίκη,
dove vengono aiutate le madri di giovani uccisi in guerra a cui non si vuole dare sepoltura (nel caso delle Supplici), e dove vengono ospitati popoli che sono perseguitati (nel caso degli Eraclidi). L’intento di Euripide è diverso però rispetto a quello di Sofocle: Euripide vive durante la discesa di Atene, quando a causa della guerra del Peloponneso la città aveva perso la sua egemonia, e con queste due tragedie il poeta vuole confortare i cittadini, ricordando le glorie passate; Sofocle vive invece nell’età di Pericle, che sembra appoggiare, e poi durante la Guerra del Peloponneso, continuando a credere nelle tradizioni della città.
Teseo accetta di offrire ospitalità ad Antigone e ad Edipo e nel frattempo giunge Ismene, seconda delle sue due figlie, che li avverte della situazione a Tebe: Eteocle non ha rispettato il patto con Polinice secondo il quale dovevano regnare un anno a testa, e quindi sta per scoppiare una guerra fra i due. Edipo non è disposto ad aiutarli, nonostante la profezia per cui avrebbe vinto il fratello aiutato dal padre, in quanto Polinice stesso lo ha esiliato, tradendolo in questo modo, e non volendolo supportare in un momento di difficoltà in cui aveva scoperto di aver commesso crimini di cui lui non si rendeva conto (era innocente nella sua colpevolezza).
Giunge quindi Creonte, arrogante, che affronta Edipo buttandolo a terra, separando da lui le figlie, che poi verranno recuperate grazie a Teseo (qui è nuovamente presente una glorificazione di Atene) e gettando lontano da lui il bastone: questo disprezzo che prova nei confronti del nipote/genero si ritorcerà poi contro di lui, perché perderà, come sappiamo dalla tragedia “Antigone”, il figlio e la moglie. Dopo Creonte, arriva anche Polinice, ma come aveva anche detto al primo, ripete che non tornerà a Tebe, in una città che lo considera un assassino, che lo accusa di incesto, colpe che lui stesso si attribuisce, ma di cui è comunque innocente: Sofocle, parlando di Edipo e della sua storia, sta facendo quello che approfondirà anche Euripide in diverse tragedie, ovvero sta facendo una riflessione profonda sugli dei e sul destino umano. Le azioni degli uomini non dipendono sempre da loro, ma sono condizionate da profezie e dalle volontà degli dei. Alla fine, Edipo capisce che la sua morte è vicina, e chiede a Teseo di accompagnarlo nel bosco, dove in una coltre di nebbia scomparirà, chiedendo all’amico di non rivelare a nessuno il punto della sua sepoltura, di portare alle figlie le sue vesti e il suo bastone, e di giurare che avrebbe protetto le sue figlie.
Esse però decideranno di tornare a Tebe per cercare di calmare la lite fra i fratell; quello che poi succederà, viene narrato nell’Antigone.
La rappresentazione che ho avuto occasione di vedere alla Sapienza è stata molto interessante grazie a una serie di dettagli visibilmente curati: tra questi, la presenza di un alternarsi di luci dai colori freddi come il blu, in presenza sulla  scena di una parte di personaggi, per esempio Creonte o Polinice, e dai colori caldi come il rosso, quando invece sopraggiunge Teseo: questa alternanza cromatica è stata mantenuta anche dai colori delle vesti, che ho apprezzato anche nella messa in scena che ho visto a Siracusa nel giugno dell’anno scorso. Il popolo ateniese – il coro e Teseo – ha vesti bianche con accenni dorati, mentre il popolo tebano – Creonte, Ismene, Antigone e Edipo -indossa abiti scuri, quasi a voler far risaltare il contrasto fra un popolo che vuole offrire ospitalità a Edipo e in cui egli può trovare protezione, e uno dal quale egli è stato esiliato, pur essendo innocente nella sua colpevolezza. Ho molto apprezzato questo particolare in quanto permetteva anche di capire le opinioni del poeta stesso: egli vuole dimostrare la supremazia ed egemonia ateniese e in questo modo è perfettamente evidente.
Una differenza che ho notato tra la rappresentazione di Siracusa e questa è stata nel coro: nel primo caso avevamo due cori, uno costituito dal popolo ateniese, esclusivamente maschile, e un altro che rappresentava le Eumenidi, esclusivamente femminile e vestito nella sua integrità di verde – un colore dunque non schierato. Anche la presenza del fumo, che si colorava con la luce, nella scena finale, durante la morte di Edipo, ha avuto un effetto scenico molto interessante – cosa che mancava totalmente nella rappresentazione siracusana.
Oltre a queste caratteristiche tecniche, molto coinvolgente è stata la scelta di recitare delle parti in greco, seguendo il testo originale, nel prologo, nell’esodo e durante la scena in cui veniva compiuto il sacrificio: questo permetteva di legare le parole di Sofocle a quelle tradotte degli studenti.
Questa tragedia è molto importante non solo perché è attuale, ma anche perché ci permette di conoscere il pensiero del poeta, attraverso le sue parole; vederla rappresentata da dei ragazzi è stato ancora più emozionante.

Di Veronica Angelini

III G, caporedattrice, prima paginista e articolista.