di Marialuisa Mollo, II G
Wisława Szymborska, Scrivere un curriculum, da Gente sul ponte, 1986
Che cos’è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.
È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.
Quante volte al giorno faccio una cosa non perché la voglio fare, ma perché sembra quella giusta da fare?
Non è una domanda retorica. Me la faccio spesso. Quando conosco persone nuove e divento automaticamente più seria, più composta, più attenta a ogni parola. Quando sui social vedo la vita apparentemente perfetta di qualcuno e razionalmente so benissimo che sta mostrando solo la parte migliore di sé, eppure quella consapevolezza non basta a fermare il confronto. Una parte di me vorrebbe essere come loro, non solo sembrare di esserlo. Vorrebbe che la mia vita fosse davvero così: fatta solo di scelte giuste, di successi, senza errori, senza incertezze.
Il problema è che a forza di costruire una versione presentabile di me, ho smesso di distinguerla da me stessa. Quando sbaglio, non penso di aver fatto una cosa sbagliata, penso di essere sbagliata. Non separo quello che faccio da quello che sono. E questo pesa, perché significa che ogni errore diventa una sconfitta personale. Quando non ottengo i risultati a cui aspiro, anche a scuola, il dispiacere non è per il risultato in sé, ma per quello che sembra confermare: che l’immagine che ho di me non corrisponde alla realtà. Che prima o poi la maschera che mi sono creata cadrà, e tutti lo vedranno.
È leggendo “Scrivere un curriculum” di Wisława Szymborska che ho trovato le parole per questa sensazione. La poesia, pubblicata nel 1986 nella raccolta “Gente sul ponte”, si articola in una serie di istruzioni fredde e precise su come compilare una domanda di lavoro. Ma questa scelta formale non è casuale. Szymborska prende uno degli strumenti più impersonali che esistano, il curriculum, e lo usa come specchio per rivelare che la società non ci chiede di presentarci, ci chiede di ridurci. I versi sono brevi, spezzati, senza connettivi che rendano più fluida la narrazione. Ed è proprio questa essenzialità radicale a fare effetto: più il tono è pragmatico, più si sente la mancanza della parte più autentica e irrazionale dell’uomo.
Questo meccanismo di esclusione Szymborska lo mostra subito: “Meglio il prezzo che il valore e il titolo che il contenuto”. Con questi versi mette a nudo che il mondo tende a premiare la superficie più che la sostanza. Quello che mostri conta più di quello che sei. E questo vale non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche personale: “Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati”. Contano solo le cose ufficiali, quelle che hanno un nome riconosciuto, un documento che le certifica. Una storia d’amore importante, ma non formalizzata, un legame profondo che non rientra in nessuna categoria, sulla carta non esiste. Non viene negato apertamente, viene semplicemente ignorato. Non è che quello che sei non va bene, è che non è stato nemmeno previsto. Ed è esattamente quello che sento quando cerco di descrivermi: sono tante cose insieme, e nessuna si lascia ridurre a un’etichetta. Eppure il mondo ha bisogno di categorie, di cose definibili. Anch’io pensavo di aver trovato la mia: avrei studiato giurisprudenza. Era diventata parte di come mi descrivevo, a me stessa prima ancora che agli altri. Invece adesso che sono arrivata al momento della scelta, la mia certezza si è sgretolata. Un dubbio che non avevo mai sentito prima si è fatto strada, e con lui l’incertezza su quale università scegliere, su quale percorso sia davvero mio e quindi su chi sarò e cosa farò in futuro. La cosa che mi ha sconvolta non è il dubbio in sé, ma il fatto che senza quell’etichetta non so più come presentarmi, nemmeno a me stessa. Mi sono resa conto di quanto mi sia aggrappata a quell’idea non solo perché ci credevo, ma perché mi rendeva definibile.
Szymborska dice in modo ancora più diretto il meccanismo alla base del curriculum: cancellarsi per presentarsi. “Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi”. È come se chi siamo davvero e l’immagine che costruiamo di noi nel curriculum diventassero due estranei. Non dice solo che il curriculum è incompleto: dice che è proprio costruito sull’esclusione di se stessi, eliminando il dialogo interiore, il dubbio, la contraddizione. Quello che rimane è una copertina perfetta, che però non ci rappresenta del tutto.
A rendere tutto questo ancora più evidente è l’immagine dell’orecchio: “Aggiungi una foto con l’orecchio in vista. È la sua forma che conta, non ciò che sente”. L’orecchio è l’organo dell’ascolto, eppure nel curriculum conta solo la sua forma esteriore, non la sua funzione. L’essere umano non può essere semplificato: sarebbe una violenza. Per questo alla fine della poesia il curriculum viene distrutto. “Il fragore delle macchine che tritano la carta.” Senza di esso resta la parte esclusa: i sogni, i dubbi, gli errori, le domande senza risposta. Eppure sono proprio queste cose a renderci quello che siamo. Un biglietto antico non avrebbe nessun valore se non avesse le sue crepe, le sue macchie, i segni del tempo. Lo stesso vale per le persone: sono i difetti, le cadute, le contraddizioni a dare carattere, a fare in modo che tu sia davvero tu e non chiunque altro.
Non so ancora cosa voglio fare della mia vita. Ma chi sono non dipende da quello che riesco a scrivere su un foglio.