del Sublime dell’anonimo
Egregio Luigi Pirandello,
Le scrivo per dirLe che secondo me Lei è un genio.
Da settimane ho fissate nella mia mente le parole che disse il mio professore quando spiegò il concetto di forma e maschere enunciato nel Suo saggio “Umorismo”, e ricordo bene di aver sentito, in quel momento, qualcosa sul mio viso, una delle maschere di cui Lei tanto parla. Ho capito di averla messa tanto tempo fa, senza rendermene conto, e che ormai la pelle si è completamente unita ad essa. Non riesco più a toglierla, ma soprattutto mi rendo conto che, se anche ci riuscissi, un’altra prenderebbe il posto di quella precedente.
Mi sento alla riva di un torrente in piena, e vorrei buttarmici dentro, provare a nuotare, ma non lo so fare, nessuno me lo ha mai insegnato, e ho paura di affogare e di rimpiangere i momenti passati al sicuro. Temo di non riuscire a stare a galla, e quindi preferisco guardare l’acqua scorrere, pur soffrendo, perchè vorrei vivere e avere il coraggio di affrontarla. Ha chiaramente capito la mia metafora: secondo Lei gli uomini dovrebbero abbandonare le loro maschere, per essere investiti dal flusso della vita, ma come Lei suggerisce, indosserebbero presto una nuova maschera. Mi creda, io ho provata a toglierla, in tantissimi modi. Prima ho provato a staccarla, poi a bruciarla, alla fine mi sono guardata allo specchio e mi sono resa conto che è parte di me, che se la togliessi non sarei me stessa. Cosa direbbero gli altri vedendomi diversa, accorgendosi che non sono quello che si aspettano, che sono solo una delusione? Molti si renderebbero conto che si sono fatti un’idea sbagliata di me, altri forse se ne fregherebbero. So perfettamente che solo la prima possibilità è plausibile, è l’unica che si realizzerà concretamente. Eppure, mi creda, vorrei che fosse la seconda quella vera, che non cambiasse assolutamente nulla se cambiassi le mie idee, i miei obiettivi, se improvvisamente i piani A, B, C crollassero, mostrando cosa c’è dietro. Ma io sono i piani A, B, C, la gente mi conosce grazie a quelli, non conoscono il piano D, quello più estremo, quello irrealizzabile.
A volte, mi creda, vorrei fare come il suo Mattia Pascal. Vorrei ricominciare tutto dall’inizio, cambiare nome, aspetto fisico, e ammettere fin da subito ciò che provo veramente. La vita che sto conducendo attualmente mi piace perchè me la sto facendo piacere, ma non sono soddisfatta. Vorrei stare dietro una cattedra per ore, scrivere alla lavagna gli esercizi che la classe non riesce a capire, parlare senza fermarmi per minuti infiniti di argomenti che amo, e poter finalmente dire che mi piace ciò che vedo allo specchio. Adesso non posso dire la stessa cosa, ma mi autoconvinco che in futuro lo dirò, che sarò certa della mia felicità. Ma, mi dica, come si può essere sicuri di una felicità che ancora non c’è? Le scrivo per chiederLe come fare. Se fossi uno dei suoi personaggi, quale diagnosi troverebbe per me? Accettare la propria condizione come Rosario Chiarchiaro, oppure cambiare tutto e fingersi pazzo come Vitangelo Moscarda?
Me lo dica Lei, io aspetto una Sua risposta
Sublime dell’anonimo