di Samuele Moscetta, I E
Per comprendere appieno quali siano state le motivazioni di un conflitto apparentemente sfociato all’improvviso si dovrà attendere anni e scavare nel profondo di un equilibrio geopolitico sempre più intricato, in repentino e spaventoso mutamento; non che sia impossibile risalire alle cause manifeste ed evidenti, anzi, ma la storiografia andrà ben oltre con lo scorrere del tempo.
Ciò che possiamo fare, oggi, è porre una lente d’ingrandimento su un argomento vasto a dir poco, arduo da scomporre e facile da semplificare, banalizzare, radicalizzare. Per interesse personale, per curiosità, per abbracciare quella complessità che altrimenti viene soppiantata da riassunti in venti minuti su YouTube o discorsi infervorati ma privi di basi, servendoci di un interessante articolo del The Guardian approfondiamo dunque l’entrata in guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente che – vedremo – potrebbe stupirci per modalità e pretesti.
Donald Trump, all’indomani dell’intervento statunitense a sostegno di Israele, aveva rilasciato sui propri canali social un discorso che – in circa dieci minuti – compatta quattro blocchi retorici:
la rivendicazione dell’attacco;
i pretesti dell’intervento statunitense;
un appello al popolo americano;
un appello a quello iraniano.
In tutte e quattro le sezioni si coglie chiaramente l’intenzione da parte del presidente repubblicano di ribadire che l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto sia stata volontà della sua amministrazione, volta alla salvaguardia dell’occidente “dalle temibili testate a lungo raggio che ora minacciano i nostri cari amici e alleati europei” e alla “liberazione del popolo iraniano”, succube negli ultimi tre decenni del regime di Ali Khamenei.
«È sempre stata politica degli Stati Uniti, e in particolare della mia amministrazione, che questo regime terroristico non debba mai possedere un’arma nucleare».
«Hanno rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle loro ambizioni nucleari, e noi non ne possiamo più».
«Questo regime imparerà presto che nessuno dovrebbe sfidare la forza e la potenza delle Forze Armate degli Stati Uniti».
«Per molti anni avete chiesto l’aiuto dell’America. Ma non l’avete mai ottenuto. Nessun presidente è stato disposto a fare ciò che io sono disposto a fare stasera. Ora avete un presidente che vi sta dando ciò che desiderate. Vediamo quindi come reagirete. L’America vi sostiene con una forza schiacciante e una potenza devastante. Ora è il momento di prendere in mano il vostro destino e di liberare il futuro prospero e glorioso che è a portata di mano. Questo è il momento di agire. Non lasciatevelo sfuggire».
Un altro punto di vista, stridente, emerge invece dalle dichiarazioni del segretario di stato americano, Marco Rubio, rilasciate ai giornalisti davanti al Campidoglio e poi riportate dal celebre quotidiano britannico The Guardian: lo Studio Ovale, secondo il politico floridiano, sarebbe stato costretto – in una manciata di ore – a decidere se schierarsi o meno al fianco di Netanyahu, già deciso a sferrare l’offensiva contro il regime di Khamenei.
Israele, infatti, avrebbe comunicato a Washington la propria intenzione di agire con o senza l’apporto statunitense, in modo del tutto simile a quanto fatto nelle ore precedenti al bombardamento di Beirut del settembre 2024, che ha portato all’eliminazione dell’allora leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
Senza il necessario preavviso, l’amministrazione Trump si è trovata dunque dinanzi ad una scelta binaria: “starne fuori” e lasciare che il proprio alleato più importante in Medio Oriente attacchi da solo una potenza mondiale come l’Iran oppure sostenere l’offensiva, acquisendo il controllo della narrativa?
La prima strada – non intervenire in Medio Oriente – avrebbe comportato però un costo politico non sottovalutabile per Donald Trump: gli Stati Uniti forniscono, dal secondo dopoguerra ad oggi, 4 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari ad Israele, divenuto il principale beneficiario dell’assistenza americana nella storia. Qualora, dunque, gli Stati Uniti non avessero supportato Israele nell’offensiva più importante della sua storia, sarebbero state proprio queste cifre spropositate a generare una domanda scomoda per l’amministrazione Trump: in questo asse Washington-Gerusalemme, chi detiene effettivamente il potere decisionale?
Lo Studio Ovale ha deciso, quindi, di non rinunciare alla propria influenza in una regione critica nell’equilibrio geopolitico attuale e già costellata di basi militari a stelle e strisce: meglio “entrare subito, controllare l’operazione, raccontarla come decisione americana e festeggiare o meno dopo”, come scherza il divulgatore e saggista Simone Guida.