di Giulia Torroni, I B

Con la mano protesa
Conta i giorni infiniti finché finiscono;
Mentre il polso si fa sempre più stanco,
Senti le ali degli angeli battere intorno alla testa
Senza rumore: battono tanto piano.
Perché contare con tanta tristezza?
Impara ad essere allegro coi più allegri,
Oppure (cambia tono!) dà sfogo a parole,
Prive di senso come le campane (oh cambia vita!),
La frutta sulla credenza, le felci, i cinematografi,
E il mazzo delle carte.
Quando avevo sette anni contai quarantaquattro
Alberi davanti alla finestra;
Il che può essere o non pertinente
E simboleggiare i fattori di follia
Che fanno impazzire spettatori e attori.
Ho recitato la mia parte: contare o impazzire.
Il nuovo manicomio sulla collina
Sbircia la valle di traverso come un demente,
Aspettando e spiando che le tue dita sbaglino
A contare il numero dei pioli
Che mille pecore saltano
Ai miei ritmi incrociati.
Ho recitato la mia parte.

Dylan Thomas, Poesie inedite, trad. A. Marianni, Torino, Einaudi, 1982

Recitare la propria parte: una responsabilità importantissima che ognuno di noi ha dal momento in cui viene al mondo. È una sensazione che ci dà importanza in qualità di esseri pensanti, capaci di pensiero critico e in grado di immergerci in una realtà difficile e problematica, in cui è più importante sopravvivere piuttosto che realizzare se stessi. Allora si riesce davvero a recitare la propria parte nella vita? È davvero possibile conciliare le pressioni di una vita frenetica con il manifestare chi vogliamo essere davvero? Attraverso il testo “Ho recitato la mia parte” del poeta gallese Dylan Thomas, vorrei cercare di dare una risposta. 

Dylan Thomas mette dinanzi a noi un bivio: “contare” o “impazzire”. Dunque, o il vivere una vita con le ansie e le pressioni di rendere soddisfatti prima gli altri di noi stessi, oppure vivere, forse troppo, al di fuori di questi schemi così rigidi, seguendo prima il proprio istinto che la propria ragione: che cosa difficile! Dylan Thomas nella sua poesia fa riferimento ai due momenti cruciali della sua vita e di quella di ogni essere umano: l’infanzia e il passaggio all’età adulta. Le parole chiave sono qui: “contare”, “impazzire”, “imparare” e “manicomio”. Il testo inizia parlando degli ultimi istanti della sua esistenza in cui il poeta conta con stanchezza quel che gli resta, aspettando il momento fatale. È evidente, però, che contare sia solo una copertura e che Thomas si schieri dalla parte dell’impazzire: una dimensione in cui si “dà sfogo alle parole prive di senso come le campane”, ovvero quell’unica possibilità che la vita offre per liberarsi davvero e mettere da parte la tristezza o la condizione di subalternità rispetto a cui noi ci troviamo nei confronti della realtà. 

Possiamo, però, sfuggire concretamente ai limiti, alle regole e agli schemi che la realtà ci impone? Credo che la risposta che fornisce Dylan Thomas sia negativa. Uscire fuori dagli schemi e dai limiti del legittimo è percepito dalla società come una perdita di ragione e quindi impazzire: questa è la sorte di Dylan Thomas, che finisce per perdere se stesso in un contare così asfissiante. La realtà, rappresentata figuratamente nel testo dal manicomio, non ci lascia scampo: o, guardandoci sbagliare, aspetta che noi siamo pronti a rimetterci sulla retta via, il contare, oppure sarà la realtà stessa a condannarci, facendoci pesare gravemente il nostro errore. Non c’è altra alternativa. 

Impazzire, pertanto, come affermerebbe Luigi Pirandello, non è altro che rifiutare di indossare una maschera per essere un vero attore agente della vita. Questa scelta, però, è interpretata dalla società come assurda e paradossale e, in un attimo, impazzire diventa la metafora di tutti i pregiudizi, le critiche e gli schermi del prossimo, che ti percepisce estraneo e diverso. Il poeta però accetta queste osservazioni e, pur riconoscendo la valenza dell’impazzire e la noia del contare, preferisce recitare la sua parte, chi è realmente, sotto la copertura del contare. Tale decisione è più o meno la stessa che, ad esempio, viene presa dal “Fu Mattia Pascal”: un uomo che, volendo sentirsi realizzato, decide di sparire e darsi per morto, un gesto apice di quella che potremmo definire pazzia, scegliendo di ricominciare una nuova vita. Ma qual è il risultato? Dovrà “far finta” di essere un altro per essere se stesso: una soluzione non così tanto accomodante e che non gli permette di sfuggire davvero alla realtà. 

Vorrei cercare di dare il mio punto di vista, schierandomi proprio come Dylan Thomas o Mattia Pascal/Adriano Meis dalla parte del contare o dell’impazzire. Partirei rispondendo alla stessa domanda di Dylan Thomas: possiamo essere davvero noi stessi in una realtà così frenata e piena di limiti, recitando la nostra parte? È difficile rispondere, specialmente per me, che ho un debito così grande con il “contare” da dovergli la vita. Sono infatti solo 10 minuti che, tanto tempo fa, mi hanno permesso di essere ancora qui e avere il privilegio di vivere la vita. Ero molto piccola, avevo appena compiuto un anno, e uno “shock anafilattico” mi aveva lasciato poco tempo per agire: solo 10 minuti. Ammetto di non ricordare che sensazioni ho potuto provare, probabilmente ero ancora troppo piccola per aver avuto paura di non potercela fare, di abbandonare e essere abbandonata da tutti per sempre. Gli effetti di tutto questo, però, determinano ad oggi chi sono: una ragazza che, sebbene con qualche fragilità, si mostra forte e coraggiosa anche davanti alle criticità. Devo al contare e alla realtà anche una parte importante di chi sono adesso. Non è stato facile per sei lunghi anni vedere gli altri mangiare un gelato o una caramella, mentre io dovevo andare in ospedale per fare i soliti accertamenti e sopportare in silenzio qualcosa che non capivo davvero e che toglieva tempo alla mia spensieratezza. Non è stato facile dover essere trattata da tutti in modo più attento e diverso in un’età in cui nessuno, come te, capisce a cosa tutto questo sia dovuto, ma si limita a definirti “strana” o “con qualche rotella fuori posto”. Sono parole che mi hanno sempre segnata, rendendo difficili i miei rapporti interpersonali e alimentando le mie paure e le mie insicurezze. 

Per molto tempo ho preferito indossare costantemente la mia maschera per nascondermi e non essere notata più che per imposizione. Non ho mai contemplato la possibilità che potesse esservi un’alternativa, come quella di impazzire, per essere se stessi. Adesso, però, ho capito anche io che non è poi così giusto contare con tanta tristezza e accettare che sia la vita, con le sue opportunità, a dimostrare chi io sia. È arrivato il momento di invertire i ruoli: che sia io a crearmi i miei spazi e in questi realizzarmi. È giunta l’ora di prendere in considerazione anche l’impazzire perché, senza uscire un po’ dagli schemi, come potremmo mai farci notare e recitare pienamente la nostra parte?

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