di Bruno Testa, II G

A fine novembre 2025, la comunità del liceo Giulio Cesare è stata scossa dall’evento che non solo ha attirato l’attenzione di studenti, docenti e genitori, ma anche dei media nazionali, cioè l’apparizione sul muro di un bagno maschile di una “lista stupri”: un elenco raccapricciante di nomi e cognomi di varie studentesse e uno studente del nostro liceo. La notizia ha sollevato indignazione, imbarazzo e molte domande sul clima sociale nel quale vivono i giovani e sulla mancanza di rispetto.

Quando ho sentito e ho visto per la prima volta quanto accaduto mi sono sentito confuso, turbato e incredulo; il mio primo pensiero è stato: come potevano dei ragazzi della mia età, del mio stesso ambiente, della mia scuola, fare un’azione del genere? ragazzi giovani con responsabilità, sogni e passioni, come hanno potuto scegliere di scrivere una così sconcertante e umiliante scritta?

Il problema principale non è solo l’esistenza di una lista ma quello che rappresenta e trasmette, in un ambiente scolastico dove la fiducia ed il rispetto dovrebbero essere valori fondamentali e primari. La lista ha messo in luce atteggiamenti di superficialità e mancanza di empatia e rispetto. La scuola è un posto dove non solo impariamo l’italiano e la matematica, ma anche le fondamenta per essere cittadini responsabili.

Perché qualcuno avrebbe fatto una cosa del genere? Per “scherzo” o per “gioco”? Io non la penso così perché uno scherzo che lede profondamente la dignità di un individuo non è uno scherzo. Per capire la profondità del fatto dobbiamo metterci nei panni di coloro che sono stati lesi e si sentono giudicati ed esposti: la cosiddetta “libertà di espressione” finisce quando danneggia la libertà e dignità altrui, la scuola e la famiglia dovrebbero insegnarci questo confine.

L’Istituto avrebbe dovuto fare di più, secondo il mio umilissimo parere, avrebbe dovuto insegnarci, anche prima dell’accaduto, cosa significhi compiere una qualsiasi azione non conforme all’essere cittadino responsabile ed emotivo, facendo incontri con psicologi e corsi con personale qualificato, che avrebbero dovuto accendere un faro sulla questione “emotività” e “bullismo” (ancora oggi molto presente anche se in diverse forme rispetto a quello di 20 anni fa).

Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente è stato anche il silenzio da parte del personale scolastico fino all’uscita dei primi articoli di giornale, ma anche il silenzio di “studenti” che avrebbero dovuto sapere qualcosa, ma si sono tirati indietro per la paura di eventuali conseguenze e/o ritorsioni, presentandosi come complici di quei carnefici che davanti alle telecamere demonizzano.

Potremmo stare qui giorni o mesi a parlare di un atteggiamento consono da adottare per impedire in futuro le stesse azioni: io in questo tema ne suggerirò vari, ma non tutti potrebbero vederla nello stesso modo. Il primo passo sarebbe quello di imparare a vedere il prossimo come un individuo e non solo come un oggetto su cui scherzare, rispettando lui ed il suo essere. Si dovrebbe parlare di empatia, ci si dovrebbe chiedere prima di fare qualcosa “come mi sentirei se fossi al suo posto?”, la mia azione potrebbe rovinare l’individuo fisicamente e emotivamente? Se faccio qualcosa che umilia o ferisce qualcuno non è libertà, ma mancanza di rispetto.

La vicenda della “lista stupri” è solo uno dei tanti comportamenti che danneggiano la persona ed il suo essere e questo episodio è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dovremmo già da piccoli, coltivare le buone maniere ed il concetto di rispetto ed empatia verso il prossimo e qualunque persona questa azione potrebbe ferire; la scuola dovrebbe essere un luogo sicuro in cui sentirsi protetti, di studio e di crescita personale, per imparare a rispettare e trattare qualunque persona come noi vorremmo essere rispettati e trattati.

La responsabilità familiare è fondamentale quanto quella scolastica. Non sto qui a scrivere solo per dare tutta la colpa alla scuola, ma anche per sottolineare che l’ambiente familiare e sociale di un qualsiasi ragazzo, incidono profondamente sulla gestione di situazioni e sull’empatia che lo stesso può o dovrebbe avere nella gestione della quotidianità. Un ragazzo che proviene da una situazione familiare difficile o da una famiglia in cui il patriarcato comanda la vita delle persone non sarà in grado di capire la sofferenza e la frustrazione che una donna vive quando viene catapultata in una storia di squallore e sopraffazione. Un soggetto del genere ritiene che il suo operato non sia altro che normale routine: che il ridicolizzare, umiliare, trattare l’altro come un oggetto da usare a suo piacimento, sia una cosa normale sulla quale al massimo farsi una risata tra amici.

Purtroppo, secondo me, chi vive situazioni del genere non vede il male che fa, non si rende conto di quanta sofferenza possa provocare una “scritta” su un muro; la scuola dovrebbe creare una rete sociale e provare a strappare queste persone al logorio di una vita vissuta a infangare, maltrattare ed umiliare. Non mi riferisco solo alle donne: questi soggetti son quelli che si divertono a picchiare un clochard, a maltrattare un ragazzo disabile; usano il “diverso” per sfogare la loro frustrazione, per uscire da quel luogo di soprusi che probabilmente vivono in famiglia, hanno bisogno di attenzioni che richiedono facendo azioni deplorevoli. Il loro continuo commettere “sciocchezze” è un grido di aiuto, una ricerca di qualcuno che si prenda cura di loro: un po’ provo pena, non sanno amare perché nessuno gli ha insegnato ad amare e a prendersi cura dell’altro. Credo che anche solo uno di noi possa fare la differenza alzando la voce e facendosi sentire dal “branco” dicendo no a queste azioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *