Il voto alle nuove generazioni

Di Maria Elena Blanda e Lidia Pini Prato

L’idea di estendere il diritto di voto ai sedicenni non è una novità e nemmeno un’esclusiva italiana: sia in Europa che nel resto del mondo ci sono diversi Stati che hanno ampliato la platea elettorale ammettendo i minori di 18 anni.
In Europa la prima a compiere questo passo è stata la Germania negli anni Novanta: lo stato tedesco della Bassa Sassonia abbassò il limite di età a 16, ma soltanto per le regionali. I primi a consentire il voto ai sedicenni per le elezioni politiche sono stati gli austriaci nel 2007. Qualche anno più tardi, nel 2018, sarà Malta a votare la modifica della costituzione, consentendo così l’accesso alle urne dai 16 anni in su.
La Costituzione Italiana, all’articolo 2, stabilisce che il diritto di voto attivo si acquisisce al compimento del diciottesimo anno di età, momento che segna la “maturità” dei cittadini. Tuttavia anche i sedicenni assumono rilievo legale in diversi ambiti, ad esempio quello lavorativo.
Oltre all’ampliamento del numero degli elettori, il voto a 16 anni potrebbe “bilanciare” il gap generazionale che si verifica ad ogni tornata elettorale. L’età media degli aventi diritto pende inesorabilmente verso la terza età, per questo ammettere i sedicenni al voto potrebbe “riequilibrare” tale scompenso. Inoltre si avrebbe il vantaggio di avere elettori entusiasti e portatori di una nuova coscienza politica, perlopiù estranea ad adulti e anziani: ad esempio avrebbero più peso la tutela dell’ambiente e la digitalizzazione, argomenti strategici per la ripresa dell’economia italiana nell’ottica della sostenibilità.
Chi è contrario pensa che i sedicenni non siano sufficientemente maturi, istruiti e consapevoli per votare con coscienza di cosa stiano facendo. C’è anche chi si preoccupa perché gli elettori più giovani, alle ultime elezioni, hanno votato in massa partiti estremisti e populisti, che promuovono valori di intolleranza. Un’altra spiegazione è che i giovani tendano a votare come i loro genitori, quindi si tratterebbe di dare più forza al voto di chi già vota.
Prima della Seconda guerra mondiale era necessario avere 21 anni o più per votare, in quasi tutto il mondo. Solo negli anni Settanta, anche in seguito alle contestazioni giovanili, molti paesi abbassarono a 18 anni il diritto di elettorato attivo e passivo. Queste riforme furono accompagnate da larghi dibattiti: i conservatori citavano l’irresponsabilità delle persone giovani ipotizzando disastri che avrebbe comportato la loro inclusione nel corpo elettorale. Il timore, almeno negli anni Settanta, era soprattutto che avrebbero votato in massa a sinistra: cosa che in parte peraltro si verificò. Dall’altra parte i giovani e chi li sosteneva all’interno dei partiti di sinistra citavano il ritorno ciclico di simili obiezioni, già usate in passato per escludere le persone povere, analfabete e le donne.
Parte di queste argomentazioni è presente anche nel dibattito attuale sul voto ai sedicenni, anche se rispetto a un tempo la situazione è un po’ più articolata e la fascia d’età da includere è meno sovrapponibile a fazioni politiche facilmente identificabili.

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