“Negli ultimi 25 anni si è tentato di tenere le persone a casa e sui divani, il COVID-19 ci è riuscito”, intervista ad un esercente cinematografico

di Matilde Summaria

Dopo aver trascorso un’estate relativamente tranquilla, vedendo ripopolarsi le città, è infine arrivata la tanto temuta seconda ondata. Fino all’ultimo DPCM si è sperato di poter ricominciare, seppur con alcune limitazioni, a vivere le nostre vite ricordando la normalità, invece ci ritroviamo a novembre in una situazione di completo disagio che ricorda molto marzo scorso: mascherina sempre obbligatoria, le scuole superiori non frequentate più in presenza, i bar e i ristoranti con obbligo di chiudere entro le 18.00, coprifuoco alle 22.00.

In tutto questo caotico tira e molla che fine ha fatto il cinema?

Così come altri luoghi di cultura, con l’avvento di settembre il mondo del cinema ha sperato in una ripresa, arrestata sul nascere dalle attuali disposizioni del Governo.

«Si è riaperto dal 4 settembre, – racconta il direttore del cinema d’essay “Caravaggio” Gino Zagari – i distributori hanno fatto circolare un numero sufficiente di film per fare degli incassi. Poi il 25 ottobre è arrivato il DPCM. In uscita c’erano film come Assassinio sul Nilo , 007, il 29 novembre il nuovo film di Verdone, Si vive una volta sola. E sarà un gran problema perché novembre e dicembre sono i mesi durante i quali i cinema incassano di più, ma è certo che di qui fino a gennaio nessuno rischierà di cominciare una campagna promozionale. Alcuni film sono stati affidati direttamente alle piattaforme digitali, come il nuovo cartone animato della Disney, Soul».

Perché si è riaperto solo a settembre?

«Con un incasso del 90% in meno, per nostra scelta si è deciso di chiudere. La riapertura ufficiale infatti risaliva al 15 giugno, ma per le regole in vigore la maggior parte non ha riaperto, una sala con cento posti vendeva solamente trenta biglietti, la gente non voleva chiudersi in massa al cinema con le belle giornate, e per concludere eravamo senza film, d’estate di norma non si distribuisce. Se poi andiamo a sommare ciò con il fatto che negli Stati Uniti la pandemia si è diffusa in larga scala proprio in quel periodo, i film sono stati ritirati e l’industria non si è ripresa».

Lei ha accennato che le produzioni hanno iniziato ad affidarsi sempre di più alle piattaforme digitali, ciò determinerà eventualmente la fine del cinema?

«Io personalmente non ho paura, sono addirittura dell’idea che un film possa uscire contemporaneamente al cinema e su Netflix. Del resto, chi frequenta i cinema non va per il film di per sé. I nostri governanti dovrebbero capire che i cinema non sono delle “botteghe” qualunque; quando il cinema è aperto illumina la strada fino almeno mezzanotte, è uno di quei poli che mantiene vivo un quartiere, che altrimenti diventerebbe soltanto un quartiere dormitorio, una Liverpool ottocentesca. Dove ci sono cinema, teatri e musei c’è vita. Negli ultimi 25 anni si è cercato di tenere le persone a casa e sui divani la sera, il COVID-19 ci è riuscito».

Allora qual è il futuro che si prospetta per questo settore?

«Per un futuro prossimo si è parlato di Drive-in, un’ambizione un po’ troppo vintage, l’automobile è diventata scomoda, ormai nessuno preferirebbe guardare un film chiuso dentro l’abitacolo, spegnendo il motore c’è il rischio di morire di caldo o di freddo. Di sicuro, non tutti riapriranno, ma il cinema non verrà mai soppiantato, perché rappresenta una comunità, accende l’intelletto. Quindi agli amanti non resta altro che aspettare.”

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