Un saluto signor Sepulveda

di Marcella Arena

Dal dolce racconto del vecchio che leggeva romanzi d’amore, all’immortale storia di una gabbianella e del gatto, Sepulveda ci ha guidati nella sua mente morbida e multicolore, nella sua anima bambina e in quella più duramente costretta alla maturità, nel suo mondo poliedrico misto di una realtà cruda e violenta e di una favola armoniosa e imperturbata. 

La sua personalità spesso sottovalutata per l’associazione che viene fatta con altri scrittori sud-americani noti per straordinari romanzi, vedasi Garcia Marquez, fa perdere completamente la grandezza della sua poesia. Quella di Sepulveda è infatti prima di tutto una incommensurabile poesia, come un musico egli tocca le corde del suo strumento con una delicatezza e un’eleganza che lo distinguono da tutti gli altri. Grande scrittore civile, la sua abilità nell’ intrecciare sensazioni e sentimenti dei più disparati in un unico brano, rende la sua lettura tanto appassionante e travolgente. I grandi autori sono ricordati per i loro grandi classici, ma spesso non sono quelli i loro capolavori e, ricordando Sepulveda oggi, vorrei ricordare un piccolo gioiello di letteratura, molto marginale nella sua produzione, assolutamente fondamentale per la comprensione del suo imparagonabile personaggio. 

“Con il passare del tempo passò il tempo sui miei passi, e pian piano mi colmai di cose dimenticate che pian piano mi dimenticarono”. Incontro d’amore in un paese in guerra, titolo dell’insieme di racconti pubblicati nel 1997, meglio dire raccolta di eterni frammenti di vita. È questa l’operazione che il poeta riesce a mettere in atto, una descrizione vivida e allo stesso tempo fantastica di minuscoli attimi di vita. È il suo romanzo, quello che ne descrive l’immensa visione poetica. 

Questi racconti sono infatti così diversi tra loro; si passa da una storia d’amore tra un uomo e una donna muta, come direbbe l’autore “storia d’amore senza parole”, alla descrizione di un amore finito con una morbidissima metafora di un caffè amaro, divenuto troppo amaro, alla raffigurazione della guerra, dipinta attraverso stratagemmi dei più vari, tramite testimonianze, o con ritratti di una vita quotidianamente normale, che di normale proprio non aveva nulla, fino poi ad arrivare ad un autoritratto di un anima troppo ricca. Nell’ultima parte del racconto, Sepulveda parla di sè o meglio delle sue radici, della sua famiglia e lo fa inserendo il racconto in una strana fiaba ambientata in una biblioteca. Ma in realtà se si comincia a respirare questo magnifico autore, niente risulta più strano, perché Sepulveda è proprio questo, è l’interpretazione del mondo nella sua più complessa varietà, il tentativo di manifestarlo nella sua infinita moltitudine di aspetti. 

Spesso, se non sempre, gli autori scelgono una chiave di lettura del mondo, della vita, spesso quella che hanno, più di frequente quella che vorrebbero avere, Sepulveda non sceglie, non seleziona, non confina la vastità smisurata delle facce del mondo in un’unica sola. 

E questa operazione straordinariamente riuscita è legata alla sua stessa naturale esigenza di vivere il mondo come un “multicolore universo di storie”, per usare un idioma calviniano. 

Sepulveda ci ha lasciato molto poco fa, non avremmo voluto lasciar andare un mago delle parole così, ma ci ha lasciato con un lascito immenso. Le sue parole, i suoi racconti, le sue poesie e con loro la visione unica del suo mondo sconfinato vivranno su eterni fogli macchiati di un inchiostro immensamente colmo di un amabile poeticità. 

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