Il Giulio Cesare marcia per gli ebrei

Lo scorso 23 ottobre, alcune classi del nostro liceo hanno partecipato alla “Marcia dei mille passi”, chiamata così per la distanza da Piazza San Pietro all’ex-Collegio militare -che è, appunto, mille passi. L’associazione Ricordiamo Insieme, ha organizzato la settima edizione della cerimonia commemorativa a cui hanno partecipato settanta studenti del Giulio Cesare su duecento persone.Erano presenti entrambi gli ambasciatori di Germania, presso la Santa Sede e presso il Quirinale, l’ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede, il vice-ambasciatore d’Austria presso il Quirinale, e l’ambasciatore d’Israele, che sebbene assente fisicamente all’evento, si è curato di inviare un forte messaggio, letto dagli ambasciatori presenti, in cui sottolineava l’importanza di mantenere vivo il ricordo di certi eventi profondamente toccanti come questo. Successivamente, le classi hanno percorso i mille passi, marciando verso l’ex-Collegio militare (attualmente sede del Centro Alti Studi di Difesa) dove gli ebrei di Roma furono imprigionati, e da lì partirono per la deportazione.Il video “Quanta memoria ancora?” lì proiettato, dal messaggio duro e significativo, mostrava tutti i i nomi degli ebrei che 76 anni fa partirono, la maggior parte senza fare più ritorno.Le parole di Massimo Finzi, ma soprattutto quelle di Sami Modiano, sopravvissuto a Birkenau, deportato a 14 anni, hanno toccato il cuore di molti di noi.Ha risposto con voce calma alle domande di alcuni studenti del nostro liceo, raccontando i particolari cruenti del viaggio, della terribile esperienza nel campo di concentramento, del modo in cui cambiò drasticamente la sua vita. Forse noi, ragazzi normali e sicuramente non in tempo di guerra, non possiamo capire del tutto le sensazioni che molti anni fa provò il ragazzo smagrito (pesava appena 25 kg) e spaventato che era un tempo Sami Modiano. Molti non avrebbero avuto il coraggio che ebbe lui di percorrere chilometri su chilometri per andare in Austria, scappando di notte. Ma è proprio per questo che la sua testimonianza è stata così importante ed emozionante: manterrà il ricordo in tutti noi di una tragedia che non sarà mai da dimenticare, per il dolore e la sofferenza che ha portato anche a ragazzi “normali”, proprio come noi.”

Oggi, in occasione della giornata della memoria, ho voluto ripercorrere quei momenti, percepire di nuovo la sofferenza emersa dalle parole di Sami.

La giornata della memoria, infatti, è una giornata di una tale importanza storica e sociale, che sarebbe sciocco ritenerla poco utile o superflua,come succede invece quasi frequentemente tra le ultime generazioni. Alcuni obiettano talvolta che è solo una futile celebrazione per un evento che ormai fa parte di un passato a cui non apparteniamo più. In effetti, sono passati 75 anni dal tanto terribile quanto liberatorio giorno in cui l’Armata Rossa irruppe ad Auschwitz. Tuttavia, qualcosa sfugge a tutti quelli che ritengono il 27 gennaio una giornata come tutte le altre.Il Giorno della Memoria non è solo un giorno. È una intera generazione marchiata a vita. Quando ci raduniamo in una piazza, in un cortile, o in una classe, per Ricordare, siamo la rappresentazione più grande di supporto, amore, e soprattutto, umanità. Ci stiamo mettendo accanto a quella madre disperata che vede i suoi figli dimagrire, soffrire e, infine, morire insieme a tanti, tanti altri. Stiamo dando la mano a quel bambino costretto a scappare in un altro paese da solo. Stiamo proteggendo quella famiglia nascosta in cantina, e stiamo scrivendo parole di conforto a quella bambina che sta perdendo la speranza, sola, nascosta, al freddo. Non è un giorno, quello che celebriamo ogni anno. Celebriamo la liberazione di famiglie, donne, uomini, bambini, che se così non fossero andate le cose, sarebbero stati uccisi con alte probabilità. E la parte più importante di questa celebrazione, di questa guerra silenziosa portata avanti da generazioni, è non dimenticare mai.


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