di Arianna Meloncelli, 1B

Non si può negare che il tempo sia una delle questioni su cui l’uomo ha sempre ragionato fin dall’antichità e che ancora cerca di capire a fondo. Infatti, parlare di tempo è molto difficile poiché nella storia sono stati formulati tanti pensieri diversi e contrastanti fra loro. Innanzitutto, ci si può perfino interrogare se sia corretto parlare di tempo al singolare, visto che si potrebbe pensare ad una sua molteplicità, a seconda delle scienze che lo analizzano e, quindi, dei punti di vista. Ad esempio, per alcuni astrofisici il tempo non esiste o è relativo, mentre per altri fisici il tempo è una variabile. Al contrario, per i biologi, la sua esistenza è indubitabile; basta pensare alla vita e alla morte come suoi effetti. Perciò esiste un “tempo naturale” al quale è possibile contrapporre un “tempo culturale, della collettività”, ossia la percezione del tempo da parte di un gruppo di persone influenzate da valori a loro comuni. Tuttavia, i gruppi sono composti da singoli individui. Pertanto, non si può negare l’esistenza di un “tempo individuale”, di un “tempo psicologico”, che è quello di cui, secondo me, si occupa il matematico e filosofo del Seicento francese Blaise Pascal.

Pascal fa notare quello che possiamo quasi considerare ovvio, cioè che passato e futuro non esistono e che si vive in realtà soltanto il presente. Ciononostante la sua riflessione va oltre. Infatti, egli analizza il sentimento che si percepisce rispetto allo scorrere del tempo. Sostiene che l’uomo anticipa il futuro e/o rincorre il passato, ma non vive mai nel presente, visto che ricerca sempre un controllo sulle cose che non può padroneggiare. Da un punto di vista esclusivamente materialistico potrebbe dirsi che il nostro sentimento di tempo deriva dal funzionamento dei nostri neuroni e delle capacità cognitive. Ne ho esperienza diretta, purtroppo, con mia nonna affetta da demenza. L’Alzheimer è una malattia molto diffusa tra gli anziani che deteriora e fa morire i neuroni, provocando la perdita di memoria. Ho notato che mia nonna e le persone affette da questa grave malattia hanno una concezione del tempo esattamente come quella che Pascal sembra proporre, poiché vivono esclusivamente nel presente. Infatti, passando del tempo con lei, ho capito che per vivere nel presente bisogna vivere nell’oblio. Perché il futuro, in realtà, è memoria e proiezione del nostro presente e passato in un tempo non ancora giunto. I malati di Alzheimer non sanno più concepire né il loro futuro né il passato proprio per la mancanza
di memoria.

Mentre Pascal sembra invocare un “carpe diem”, dicendo di non proiettarci nel futuro quando siamo felici e di non ricadere nel passato per paura di perdere quella gioia, non potrebbe essere proprio questa la felicità? Il pensare al passato e, proprio grazie al proprio passato, immaginare il futuro a prescindere se il presente sia bello o no? Un’altra domanda che sarebbe opportuno porci è se vivere nel presente sia conforme alla natura umana. Infatti, se la contrapposizione tra giovane e vecchio è una dimostrazione del tempo biologico, l’esortazione di Pascal di vivere nel presente non si adatta ai vari periodi della vita dell’uomo. Il giovane tende a vivere nel futuro, perché ha meno passato. Un anziano tende a vivere nel passato, perché ha meno futuro davanti a sé. Questa differenza si può osservare benissimo nel film “Il posto delle fragole” di Bergman, che mostra magistralmente i sentimenti di nostalgia, di rimorso e di rimpianto del vecchio protagonista.

Il filosofo francese presenta, invece, l’anticipazione del futuro come una cosa negativa. Tuttavia, essa, a me pare, essenziale all’uomo addirittura come istinto di sopravvivenza.

D’altra parte, non prevenire il futuro significherebbe non vedere nemmeno i pericoli per la nostra stessa vita.

Sul piano filosofico e religioso bisogna ancora sottoporre a critica il pensiero di Pascal nella parte in cui sminuisce l’importanza dell’aspettativa del futuro, perché in questa maniera si vuole negare la speranza, l’inventiva, la creatività, il desiderio di migliorare il mondo e il desiderio del progresso. Comunque, Pascal ha anche le sue ragioni laddove l’invito a vivere nel presente venga visto non come un invito all’indifferenza, ma all’equilibrio. Come un invito a non dare troppa importanza né alle cose passate, per non vivere una vita impregnata dal rimorso o dalla nostalgia, né al futuro, per godere dei momenti presenti.

In conclusione, non sono pienamente d’accordo con Pascal; sono favorevole al suo pensiero nel senso di un invito all’equilibrio e a non vivere solo in funzione del passato e del presente. Ciononostante, mi trovo in disaccordo con il filosofo per la sua opinione che il presente ci ferisca, non soltanto perché presuppone che gli uomini siano per lo più scontenti della propria condizione attuale, ma soprattutto perché per vivere soltanto nel momento bisognerebbe aver perso la memoria, condizione che non permette di provare alcuna emozione e desiderio, due attributi del futuro. E posso affermare per vita vissuta che possedere unicamente il presente, nell’oblio totale, è una condizione che ferisce non soltanto la persona che lo vive, ma anche coloro che le stanno intorno, per sempre.

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