di Diletta Fares, II D
«La follia non è qualcosa di statico, e di immobile, ma qualcosa di dinamico, qualcosa che si muove nel tempo, e che le circostanze della vita esasperano, o leniscono. Non c’è follia, del resto, che non si accompagni a fragilità e a sensibilità, a dolore e sofferenza dell’anima, a nostalgia di vicinanza e di amore; e queste esperienze psicologiche e umane sono talora premessa alla insorgenza di significative forme di creatività».
Eugenio Borgna affronta nel Tempo e la vita il tema complesso della follia e il suo rapporto con la vita dell’uomo. Per lo psichiatra, gli eventi della vita influiscono sulla mente, in particolare andando ad alimentare la pazzia o a spegnerla. Egli sostiene che questa debba essere necessariamente legata a «fragilità e a sensibilità, a dolore e a sofferenza dell’anima, a nostalgia di vicinanza e amore».
Il sentimento dell’amore è descritto da Ariosto nella prima ottava del XXIV canto dell’Orlando Furioso come l’effetto più devastante che possa portare alla follia perché: «qual è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso?» Si osserva infatti nell’opera un protagonista che perde completamente il senno a causa di un Amore che non eleva più l’uomo, come nella concezione dell’amor cortese, ma lo conduce al degrado e alla perdita di ragione. Tale decadimento psichico culmina tra i canti XXIII e XXIV del poema, dove Orlando, trovando le incisioni che testimoniano l’amore tra Medoro e Angelica, viene travolto da un furore incontrollabile, guidato solo da «odio, ira, rabbia e furore». Nell’ottava 128 del XXIII canto, Orlando è in preda ad una follia tale da non riconoscere più sé stesso, diventando dunque «esempio a chi in Amor pone la speranza».
Ariosto non è stato il primo ad analizzare il rapporto tra amore e follia. Già nella lirica arcaica classica la poetessa Saffo ne parla in diversi frammenti. Nel frammento 1 V., in particolare, Saffo si collega proprio al dolore e alla sofferenza dell’animo che accompagnano la follia, di cui parla Borgna: «e tu, beata, sorridendo nel volto immortale hai chiesto perché ancora soffrivo e perché ancora chiamavo e che cosa voleva sopra ogni cosa il mio cuore folle». “πέπονθα” e “μαινόλᾳ θύμῳ” racchiudono le conseguenze dell’amore, di un amore non accettato che ferisce e porta alla follia, ma prima alla gelosia. Quest’ultima viene analizzata nel frammento 31 V. attraverso un’analisi che presenta l’amore come una malattia causata della vista della persona amata. La malattia d’amore porta, secondo Saffo, allo stravolgimento del cuore (καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισε), proprio come nell’Orlando Furioso, dove nell’ottava 111 Orlando «stringersi il cor sentia con fredda mano».
Il tema dell’amore come turbamento fisico e mentale era stato ripreso poi da Anacreonte che afferma: «Nuovamente amo e non amo; son folle (μαίνομαι) e non son folle», forse anche nell’Eunuchus di Terenzio per Fedria innamorato di Taide, e infine soprattutto da Catullo nel carme LXXXV: «Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior». Emerge da questi versi come l’amore sia stato a lungo rappresentato come una forza capace di sconvolgere la mente e il corpo, fino a trasformarsi in follia. Una follia che nasce dal desiderio, dalla gelosia, dal conflitto interiore, e che spesso appare come un’esperienza di sofferenza e smarrimento.
Tuttavia, fermarsi a questa visione distruttiva della pazzia sarebbe riduttivo. Borgna invita infatti a riconoscerne anche la dimensione creativa, quella capacità di trasformare la sofferenza in arte e la fragilità in forza espressiva, una capacità presente sicuramente negli autori prima citati, ma ancor prima presente nella tragedia greca. In quest’ultima infatti la follia è spesso il confine tra umano e divino, che separa la ragione dall’eccesso. È la manifestazione del contrasto tra il principio apollineo, che rappresenta l’ordine e la misura, e quello dionisiaco, simbolo dell’ebbrezza e della passione. Quando il dionisiaco prevale, l’uomo cade nella follia, come accade nell’Orestea e nella Medea. Ma proprio da questo eccesso nasce la tragedia, cioè la forma più elevata di arte greca, in cui il dolore e la perdita di controllo diventano conoscenza dell’animo umano.
Per questi motivi, la follia non può essere considerata una semplice malattia stabile, ma piuttosto una condizione che cambia con la vita, legata alle emozioni, alla sensibilità e spesso alla creatività dell’uomo, come nella tragedia.
Anche Shakespeare offre un esempio di questa concezione dinamica della follia con l’Amleto. Il poeta riprende il tema della pazzia reinterpretandolo in chiave moderna. Il principe finge di essere pazzo per smascherare l’assassinio del padre, assumendo il ruolo del fool e usando l’ironia per rivelare l’ipocrisia della corte. La sua follia, pur essendo simulata e lucida, gli consente di vedere ciò che gli altri non vedono, ma allo stesso tempo lo consuma, lo isola e lo rende prigioniero del dubbio. Accanto a lui, Ofelia rappresenta invece la follia reale, travolta dal lutto e dall’apparente rifiuto di Amleto, che la porta al gesto estremo del suicidio.
E proprio Amleto e Ofelia confermano quanto ha osservato Eugenio Borgna: la follia è spesso intrecciata a fragilità, sensibilità e sofferenza dell’animo umano, ma può anche svelare verità profonde sulla condizione umana.