Fair play finanziario: cos’era e perché è stato abolito

Sono stati mesi difficili per tutti i settori economici mondiali quelli del 2020, ed uno dei più colpiti è stato proprio il calcio, che con la chiusura degli stadi e le norme anti-Covid ha subito moltissime perdite nelle casse delle società sportive. I fatturati dei club sono esponenzialmente diminuiti e ciò ha portato a una riduzione generale dei costi interni ed esterni, portando anche a una forte riduzione delle spese nel calciomercato. Molti club si sono trovati in difficoltà soprattutto nell’affrontare le spese estive e i vincoli UEFA che permettono ai club di spendere solamente quanto guadagnano dai propri fatturati (il cosiddetto Fair Play Finanziario), aumentando notevolmente il divario tra le squadre piú facoltose e quelle in maggiore difficoltá. Per ovviare alle problematiche dei club minori si è pensato quindi di abolire momentaneamente il FPF che tanto ha fatto discutere negli ultimi anni ed è stato tanto oggetto di critiche, specie in Italia, dove è stato fatto intervenire di piú di più. Dando vita nel 2011 alla regola del “spendi quanto guadagni”, i club di calcio hanno generalmente cominciato a lavorare per ridurre i debiti societari antecedenti, quando non vi erano vincoli nelle spese e ogni dirigenza poteva investire liberamente nel calciomercato, portando però secondo alcuni analisti una maggiore instabilità societaria e un rischio di fallimento più elevato. Negli ultimi 10 anni i club hanno ridotto i debiti e quasi azzerato probabili rischi di fallimento fino all’era Covid, dove i ricavi sono diminuiti del 20% e l’FPF è divenuto non piú sostenibile per molti club. In Italia, Inter e Roma sono state molto bersagliate da tali vincoli, poiché i debiti societari erano enormi, e hanno dovuto optare per la riduzione dei costi interni e la cessione dei giocatori migliori, portando nel caso dei nerazzurri a un forte ridimensionamento. Nel 2018 è toccato anche al Milan pagare pegno per la sontuosa campagna acquisti dell’anno prima che aveva sforato i parametri imposti dall’FPF, scontandoli con l’esclusione per un anno dalle coppe europee. Il pareggio di bilancio è stato così tema ricorrente in Serie A e ha portato non poche polemiche riguardanti a plusvalenze gonfiate e mano poco severa nei confronti di club esteri (Paris Saint-Germain e Manchester City) che nonostante mega-acquisti hanno sempre aggirato i vincoli UEFA e sono andate incontro a un sempre maggior rafforzamento. La polemica più grande però è stato il congelamento delle gerarchie dei club europei, che ha portato i grandi club ad aumentare nettamente il divario con le squadre più piccole e la creazione di circoli chiusi all’interno delle favorite per le coppe europee. Con la rimozione del FPF si attendono nuovi parametri UEFA, si spera più corretti ed equilibrati, che possano riportare a un sostanziale equilibrio economico di tutti i club e un assottigliamento del gap tra grandi e piccole squadre. Sarebbe una mossa sbagliata infatti a questo punto lasciare che ogni club possa spendere liberamente senza vincoli poiché a quel punto a trarne vantaggio sarebbero solamente i club di proprietà miliardari con un potere d’acquisto nettamente maggiore rispetto a tutti gli altri. Il Fair Play perché sia tale non deve essere coerente solamente negli ambiti del campo da calcio e dei 90 minuti, ma in primis deve garantire sportività, lealtà, competizione ed equilibrio soprattutto nell’extra-campo, da cui poi dipendono radicalmente le sorti di chi gioca e anche di chi tifa: in poche parole, una maggiore uguaglianza dalle opportunità di partenza.

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